Da quando l’Iran ha chiuso il passaggio nello Stretto di Hormuz in risposta al conflitto con Stati Uniti e Israele, migliaia di marinai di tutto il mondo vivono una situazione di stallo drammatica nel Golfo Persico. Secondo dati dell’Organizzazione Marittima Internazionale e fonti militari statunitensi aggiornati a maggio, sono circa 1.500 navi bloccate o in attesa, con a bordo 20.000-22.500 marinai. Molti equipaggi, spesso di nazionalità filippina, indiana, ucraina o europea, sono intrappolati su petroliere, gasiere e cargo fermi alle ancoraggi fuori dallo stretto o nei porti del Golfo. Le loro condizioni variano ma sono spesso precarie. Molti comandanti riferiscono di razionamento di cibo e acqua potabile, con scorte che in alcuni casi stanno per esaurirsi.

Le compagnie armatrici e le unioni dei marittimi (come quella indiana) hanno lanciato appelli per rifornimenti urgenti via mare o elicottero, ma le operazioni logistiche sono complicate dal rischio di attacchi. Da Hormuz, ci sono segnalazioni di navi colpite da missili o droni, con almeno una decina di morti o dispersi tra i marinai e alcune unità abbandonate. Gli equipaggi trascorrono le giornate in una “prigionia surreale”: motori spenti, turni di guardia per monitorare il cielo e le radio, attesa di notizie su possibili corridoi umanitari o evacuazioni. Alcuni capitani hanno descritto emozioni contrastanti – paura, noia, speranza – mentre assistono da lontano a esplosioni o a manovre militari. Le rotazioni degli equipaggi sono bloccate e i rimpatri diventano difficili. Per ora, questi migliaia di marinai “invisibili” pagano il prezzo più alto di una crisi geopolitica che li ha trasformati, loro malgrado, in ostaggi del mare.

Ma la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, ha colto davvero impreparati Washington e Gerusalemme? La risposta, secondo gran parte degli analisti e dei documenti intelligence resi pubblici, è no. Da decenni Teheran ha ripetutamente minacciato di bloccare lo stretto – attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale – in caso di attacco diretto al suo territorio o al suo regime. Studi del Belfer Center, del Congressional Research Service e di think tank come il CSIS avevano da tempo mappato le capacità iraniane: mine navali (oltre 5-6.000), missili anti-nave, droni, motovedette veloci e batterie costiere. Era lo scenario di ritorsione più temuto e più studiato. Fonti vicine alla Casa Bianca, rivelano che i Joint Chiefs of Staff avevano esplicitamente avvertito l’amministrazione Trump prima dell’operazione: un attacco su larga scala rischiava di spingere l’Iran a chiudere il passaggio, con conseguenze economiche globali pesanti. Il presidente, secondo ricostruzioni, avrebbe minimizzato, convinto che Teheran avrebbe capitolato rapidamente o che la Marina USA avrebbe riaperto lo stretto “in pochi giorni”.

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La domanda che oggi circola nelle cancellerie è quindi un’altra: non se fosse prevedibile, ma se sia stato adeguatamente pianificato nelle sue conseguenze. Il blocco di Hormuz, ha provocato un’impennata dei prezzi del greggio, navi intrappolate, razionamenti energetici in Asia e una crisi logistica che dura da oltre tre mesi. Una ritorsione “classica” che intelligence e analisti avevano segnalato con largo anticipo.

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