Oggi, 28 settembre 2026, la Prima Corte d’Assise di Roma è chiamata a pronunciarsi in primo grado sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni.
Il ricercatore friulano scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016 e il suo corpo, segnato da violenze atroci, fu ritrovato il 3 febbraio successivo. A giudizio in contumacia ci sono quattro appartenenti alla National Security Agency egiziana: Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale la Procura ha chiesto l’ergastolo ritenendolo l’autore materiale dell’uccisione, di Regeni e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr, per i quali sono stati richiesti 17 anni e sei mesi ciascuno per sequestro di persona pluriaggravato.

Il procedimento, arrivato a sentenza dopo più di dieci anni di indagini segnate da ostacoli, mancata collaborazione del Cairo e accuse di depistaggi, rappresenta il primo pronunciamento giudiziario italiano nel merito sulle responsabilità attribuite agli ufficiali.
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L’accusa ha ricostruito un quadro di violenza metodica e ha sostenuto che le autorità egiziane abbiano protetto gli imputati; la difesa ha invece escluso ogni coinvolgimento dei servizi di sicurezza, ipotizzando l’azione di gruppi terroristici. Per la famiglia di Regeni e per chi ha seguito la vicenda, questa giornata segna un passaggio atteso a lungo, pur restando solo il primo grado di un cammino ancora aperto.
