Nel caldo soffocante di giugno 2001, Pomezia, cittadina laboriosa alle porte di Roma, si trovò improvvisamente sotto i riflettori di una tempesta giudiziaria che ne scosse le fondamenta. La “Tangentopoli Pometina”, come fu ribattezzata, non fu solo uno scandalo. Fu un terremoto che travolse l’intera classe politica locale, portando alla luce un sistema di corruzione che aveva radici profonde.
Ventisette amministratori, finirono in manette
Trentadue persone, tra cui ventisette amministratori, finirono in manette, accusati di aver intrecciato interessi pubblici con profitti privati. Tra loro, il sindaco A. e la sua giunta, simboli di un potere che sembrava inattaccabile, crollarono sotto il peso delle accuse.
Pomezia: il risveglio di una città tradita
Le strade di Pomezia, solitamente animate dal ritmo delle fabbriche e dal viavai dei suoi abitanti, si fecero silenziose, come se la città trattenesse il respiro. L’operazione “Bignè” colpì come un fulmine: corruzione, tangenti, appalti truccati. La gestione dei tributi comunali, affidata alla società mista Aser senza gara pubblica, e l’appalto per la raccolta rifiuti al Consorzio GFM, furono i nodi centrali dello scandalo.
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Un consiglio comunale si sgretola
Gli inquirenti parlarono di mazzette, di accordi sottobanco, di un sistema che aveva svenduto il bene pubblico. Un elenco che sembrava una radiografia dell’intero consiglio comunale, un’istituzione sgretolata sotto il peso delle manette.

Pomezia: il prezzo della corruzione
Le indagini svelarono un intreccio di favori e tangenti, con cifre che pesavano come macigni sulle casse comunali. Trecento milioni di lire, si disse, versati dall’imprenditore S. per garantire l’adesione del Comune alla società Aser, che avrebbe gestito Ici e Tarsu. E poi il Consorzio GFM, che si aggiudicò l’appalto per i rifiuti senza ribassi, contro il parere dei tecnici comunali.
Il danno erariale
La città, tradita dai suoi stessi rappresentanti, pagò un costo altissimo: non solo economico, con un danno erariale quantificato in oltre 400 mila euro dalla Corte dei Conti, ma anche morale. La fiducia dei cittadini, già fragile, si incrinò ulteriormente, lasciando Pomezia a interrogarsi sul proprio futuro.
Conclusioni
La Tangentopoli Pometina non fu solo un caso isolato. La prescrizione, arrivata anni dopo, nel 2009, per molti degli imputati, non cancellò l’ombra dello scandalo. Quelli che rimasero legati a una sentenza della Corte dei Conti che li condannò per danno erariale, dovrebbero rappresentare un monito per le generazioni future. A Pomezia, quell’estate del 2001 rimane una pagina indelebile, un ricordo che brucia ancora, come un fuoco che cova sotto la cenere.
