A quasi vent’anni dal delitto di Chiara Poggi (13 agosto 2007 a Garlasco), la vicenda continua a generare più domande che risposte definitive. La sentenza di condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni (Cassazione 2015) resta un punto fermo giuridico, ma le indagini riaperte e i nuovi accertamenti tecnici hanno riacceso il dibattito pubblico e processuale, senza chiudere davvero il cerchio.
La situazione attuale
Ad inizio ottobre 2026, la Procura di Pavia, guidata da Fabio Napoleone, ha chiuso per la seconda volta (il 28 settembre 2026) le indagini preliminari a carico di Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara. L’accusa rimane invariata rispetto a maggio: omicidio volontario pluriaggravato (crudeltà e motivi abietti/odio), legato secondo i pm a un approccio sessuale rifiutato. Si va verso una probabile richiesta di rinvio a giudizio.
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Tra gli elementi valorizzati nelle ultime consulenze:
Compatibilità dell’impronta di scarpa (modello Frau taglia 42 con suola a pallini) con le misure del piede di Sempio.
Nuove analisi medico-legali (Cristina Cattaneo e altri) che parlano di un’aggressione prolungata, con sopravvivenza della vittima stimata tra 15-30 minuti (fino a un’ora possibile) dopo le lesioni.
Attribuzione dell’impronta palmare “33” e altri elementi genetici/tecnici contestati dalle difese.
Parallelamente emerge un aspetto particolarmente delicato sui pedali della bicicletta di Stasi: dai “raw data” del RIS di Parma risultano due contro-analisi del 20 settembre 2007 (il giorno dopo la prima estrazione positiva al DNA di Chiara) che diedero esito totalmente negativo. Queste non risultano negli atti del processo originario a carico di Stasi e, secondo i consulenti, avrebbero potuto scagionarlo già allora. La Procura di Pavia ha precisato di non aver formalizzato richieste di revisione della sentenza di Stasi al Procuratore Generale, ma la difesa di Stasi (che è in affidamento in prova/semilibertà) sta preparando istanza di revisione sulla base di questi e altri elementi.

Perché i “misteri” di Garlasco non si spengono
Perizie e controperizie (genetiche, dattiloscopiche, medico-legali, antropometriche) si scontrano continuamente; testimonianze con “non ricordo” o versioni contrastanti; le cugine Cappa (Stefania e Paola) rientrate nel quadro con audizioni e vecchi elementi fotografici; ipotesi di ogni tipo (moventi sessuali, dinamiche della scena del crimine, alibi, possibili contaminazioni, ecc.). Si aggiungono intercettazioni, soliloqui in auto di Sempio, questioni su alibi e scontrini, e il fatto che un’indagine del 2017 su Sempio era già stata archiviata.
Questo genera una polarizzazione fortissima nell’opinione pubblica e tra gli esperti: da una parte chi ritiene consolidata la responsabilità di Stasi sulla base del quadro processuale definitivo; dall’altra chi vede nei nuovi elementi (e nelle lacune del 2007) la prova di un possibile errore giudiziario. La giustizia italiana non “annulla” automaticamente una condanna definitiva solo perché si apre un altro fascicolo sullo stesso fatto: serve una revisione formale, con elementi nuovi e decisivi.
In sintesi, il caso Garlasco è diventato il prototipo di quelle storie in cui la verità processuale e quella “storica” faticano a coincidere agli occhi di molti. Le indagini e le consulenze continuano a produrre materiale, ma la parola “fine” sembra ancora lontana, proprio perché ogni nuova perizia ne genera un’altra che la contesta. Restano solo due strade formali: l’eventuale processo a Sempio e/o l’istanza di revisione per Stasi. Tutto il resto (ipotesi, ricostruzioni, dibattiti mediatici) alimenta il senso di incompletezza che descrivi.

