Il grande errore dell’Europa non è stato semplicemente introdurre l’euro una moneta unica, ma averlo fatto senza costruire prima le condizioni politiche, economiche e istituzionali necessarie per sostenerla. Si è voluto mettere in circolazione una moneta comune senza avere uno Stato comune, senza un vero governo europeo, senza una politica fiscale condivisa e soprattutto senza una strategia economica capace di tenere insieme Paesi profondamente diversi per produttività, struttura industriale, debito pubblico e competitività.

Si è pensato, con una superficialità, che oggi paghiamo tutti, che bastasse adottare l’euro per diventare un’unica economia. Ma non funziona così. La Germania può perseguire una determinata politica industriale, la Francia un’altra, mentre l’Italia deve fare i conti con vincoli e condizioni completamente differenti. Ogni Stato continua ad avere i propri interessi nazionali, può stipulare accordi economici e commerciali, decidere molte delle proprie politiche fiscali e industriali, ma non dispone più degli strumenti monetari che aveva prima per reagire alle crisi.

Il risultato è un sistema incompleto e profondamente squilibrato: abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria senza ottenere in cambio una vera sovranità economica europea. Abbiamo costruito una moneta unica, ma non un’economia realmente integrata; abbiamo imposto regole comuni, ma lasciato che le conseguenze della loro applicazione ricadessero in maniera molto diversa sui singoli Paesi.

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La sua fu una visione politicamente miope, accompagnata da una narrazione eccessivamente rassicurante, che sottovalutò le conseguenze di una moneta unica tra economie tanto differenti. Definirla una scelta sciocca non significa negare le ragioni dell’integrazione europea, ma contestare il modo in cui venne realizzata e raccontata ai cittadini.

E in questa vicenda Romano Prodi ha una responsabilità politica che non può essere ignorata. Da presidente del Consiglio fu uno dei principali sostenitori dell’ingresso dell’Italia nell’euro e presentò quella scelta come una grande opportunità storica, quasi una garanzia di modernizzazione, stabilità e prosperità. Il problema è che si vendette agli italiani una prospettiva senza raccontare fino in fondo i costi, i rischi e soprattutto le condizioni che sarebbero state necessarie per rendere sostenibile quella trasformazione.

Perché la verità è semplice: prima si costruisce una casa comune, con fondamenta, regole e responsabilità condivise, poi si decide di utilizzare la stessa moneta. Non si mette il tetto prima di aver costruito le mura.

L’Europa ha fatto esattamente il contrario. E oggi, dopo tanti anni, continua a pagare il prezzo di quella contraddizione, mentre i cittadini si ritrovano a subire le conseguenze di una costruzione europea che è ancora troppo poco Stato per funzionare come uno Stato, ma abbastanza vincolante da limitare pesantemente le scelte dei singoli Stati.

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