Già con sentenza del 9 agosto 2012, il Tribunale di Milano ha ritenuto che le critiche rivolte a Hera come soggetto legato al sistema politico dei Democratici di Sinistra (predecessore del PD) e come monopolio pubblico non fossero diffamatorie, ma fondate su elementi oggettivi e su fonti istituzionali.

Tuttavia, dal 2012 a oggi la struttura di fondo di Hera Spa è rimasta sostanzialmente la stessa. Nel Cda nominato ad aprile 2026, figurano ancora esponenti legati al Partito Democratico (es. Enrico Di Stasi, segretario cittadino del PD di Bologna, e Vanessa Camani, ex consigliera regionale PD).

Il meccanismo di nomina politica tramite i sindaci e il patto di sindacato non è, dunque, cambiato. Il modello resta quello di multiutility che gestisce in regime di monopolio o quasi-monopolio i servizi regolati (acqua, rifiuti, distribuzione gas/elettricità) e opera sul mercato libero nella vendita di energia. In sostanza, continuano a essere distribuite dividendi cospicui ai comuni soci, decine di milioni di euro all’anno complessivi.

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Le critiche sulle tariffe non sono cessate. Nel 2024 l’Antitrust ha inflitto a Hera una multa di quasi 2 milioni di euro per abuso di posizione dominante sul teleriscaldamento di Ferrara, prezzi ritenuti gravosi e la sanzione è stata confermata dal Tar del Lazio nel 2026. Si sono verificati altri procedimenti antitrust negli anni.

Il Governo nazionale non ha poteri diretti di “smontare” una società di questo tipo (partecipazioni locali, quotata, servizi di competenza territoriale). Eventuali riforme (liberalizzazioni più spinte, gare obbligatorie, limiti alle partecipazioni pubbliche) richiedono leggi e si scontrano con interessi locali, resistenze politiche e la natura di molti servizi.

Negli anni successivi alla sentenza del 2012, non è emersa una volontà politica bipartisan o di maggioranza di interrompere il modello emiliano-romagnolo di multiutility pubbliche/miste forti. In sintesi, dal 2012 non è cambiato il modello di fondo individuato dal Tribunale di Milano.

Dunque, Hera resta una società a controllo pubblico-locale esercitato tramite i comuni (storicamente a maggioranza PD in Emilia-Romagna), con un forte legame tra politica e gestione, utili elevati e posizioni di monopolio nei servizi essenziali. Sono cambiate le percentuali di azionariato (più flottante), le dimensioni aziendali e l’attenzione formale alla sostenibilità, ma non la sostanza del “sistema” descritto nella sentenza del 2012.

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