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Il MONDO PARALLELO

Onesti e Terroristi

Alcuni tra i più autorevoli storici e pensatori sostennero e sostengono che la storia dell’umanità è la storia della criminalità. Criminalità di vario genere, da quella politica a quella essenzialmente delinquenziale, a quella sadica e sanguinaria. L’attenzione e il clamore suscitati e perpetuati nel tempo riguardano proprio e in prevalenza avvenimenti contrassegnati da fatti drammatici e sconvolgenti. Quando gli episodi di violenza, quali siano le motivazioni, gli obiettivi, le cause, raggiungono un determinato livello di brutalità e di ripugnanza, si verifica da parte della gente il rifiuto, la presa di distanza consistente nel non voler sapere, nell’ignorare, nel rifiutarsi di farsi coinvolgere emotivamente, in una sorta di fuga dalla realtà nella convinzione di distinguersi e di rigettare tali nefandezze e scelleratezze.

Un riscontro circa l’attendibilità, entro certe dimensioni, della tesi sostenuta da una scuola di pensiero storicistica, è riscontrabile nell’orientamento dei mezzi d’informazione, i quali sui fatti di cronaca nera, specialmente quelli fortemente repellenti, si gettano senza mezzi termini, dimenticandoli rapidamente, sopraffatti dal ritmo frenetico delle informazioni, delle notizie, dei commenti.

La stampa, nelle sue varie forme di espressione e di manifestazione (televisione, radio, quotidiani, periodici, dibattiti, rubriche, etc.) raramente dedica spazio ampio, (televisione e radio mai nelle ore di massimo ascolto; stampa quotidiana solo in casi eccezionali) ad eventi di grande criminalità, salvo si tratti di terrorismo nelle sue manifestazioni seguite all’11 settembre, ma anche in tali frangenti senza dilungarsi troppo e, soprattutto, senza indagare e raccontare i retroscena, senza addentrarsi nei collegamenti, nella ricerca, nell’analisi. Non è loro compito, probabilmente. Il ragionamento di causa ed effetto spetta ad altri. Purtroppo questi “altri” non si sa bene chi siano e pertanto le informazioni sono parziali e i buchi, le carenze rimangono tali, colmati solo da interrogativi.

Con ogni probabilità altre ragioni sono all’origine della mancanza di una informazione più ampia e approfondita quando si tratti di criminalità nelle sue molteplici facce, nella sua presenza così radicata e condizionante, nel suo potere calamitante nei riguardi di non pochi se, come affermano fonti qualificati delle Intelligence europee e nord-americane, nella sola penisola italiana la criminalità organizzata può contare e conta su oltre cinquecentomila tra effettivi e temporanei. Senza contare il part-time, il volontariato, i simpatizzanti, l’apporto dei clandestini. La più grande “azienda” operante sul territorio italiano. Con importanti filiali all’estero e grosse, proficue intese oltre confine e di importazione.

La gente vuol pensare ai fatti propri. Non vuole essere scocciata con geremiadi, con particolari descrizioni riguardanti la criminalità organizzata. Ci pensino le forze di polizia. Vanno bene le notizie degli arresti, dello smantellamento delle bande, della cattura dei latitanti, delle condanne, e di tutto il resto (rapimenti di bambini, stupri, mamme che ammazzano i figlioletti, etc.) quando ci sono. Brevi e… succinte. Senza lungaggini, inutili e dannose, per l’ascolto, le vendite, la pubblicità, la…cassa. Salvo che si facciano delle telenovele, tipo la vicenda di Cogne. Allora ci si pone sul piano delle soap opera e, a casa propria, uno sceglie lo spettacolo che vuol vedere.

Del mondo parallelo nessuno vuol saperne di più. Forse qualcuno. Forse…

Contrariamente a quanto, apparentemente, molti ritengono o fingono di ritenere, la criminalità organizzata non agisce in una sfera esterna, in una dimensione esclusivamente sua, estranea al resto. E ininfluente. Tutt’altro. Non solo è presente, ma è anche profondamente radicata nella nostra società globale e la condiziona pesantemente e la infetta in molti modi, imponendo i suoi costi e costringendoci a fare i conti con la sua volontà e con le sue azioni traumatizzanti, sconvolgenti, sanguinarie. Non illusioni o questioni che riguardano “altri”. Una realtà che investe tutti e che è opportuno conoscere per motivi che non hanno certo bisogno di chiarimenti.

Quelle che seguono sono informazioni schematiche, ma sufficientemente esaurienti su quale sia uno dei profili del “mondo parallelo” che convive con la società degli onesti, delle persone per bene, della gente che lavora e si guadagna la vita. Altri “volti” verranno affrontati prossimamente.

Prima di affrontare l’argomento è opportuna una considerazione: in quale realtà viviamo? In quella virtuale che ognuno tenta di crearsi e nella quale si rifugia, oppure in quella della finzione, popolata da ciò che si vorrebbe essere e probabilmente non si sarà mai? O in quella che ci illudiamo sia?

Una delle nostre inviate (che ha partecipato all’indagine di cui tra breve illustreremo le risultanze) quando affrontò l’esperienza dell’Albania e del Kosovo, incontrò persone che intendevano assolutamente raggiungere l’Italia, incantate, letteralmente rapite, dall’immagine del nostro Paese così come viene presentato dalla pubblicità televisiva. A nulla valsero le prudenti osservazioni intese a far comprendere che la pubblicità è una cosa, la realtà un’altra e ben diversa. Quelle persone non intesero, non vollero intendere. Sia pure in altra dimensione è quanto sta accadendo in Europa, e in Italia in particolare, per quanto si riferisce all’atteggiamento complessivo rispetto alla crescente minaccia della criminalità e del terrorismo. Il realismo dovrebbe invece prevalere, la concretezza stabilire dei comportamenti, la sicurezza ricoprire il corretto ruolo. Non compete alle singole persone, d’accordo. Compete a chi abbia assunto queste responsabilità. Tuttavia alle persone, ai cittadini non mancano strumenti, occasioni, opportunità per assumersi la responsabilità di orientare le decisioni nel senso necessario e, oseremmo dire, urgente.

La manifestazione più pericolosa della criminalità è sicuramente quella del terrorismo. Dall’11 settembre 2001 quando ci si riferisce al terrorismo si sottintendono Al  Qaida e i suoi ispiratori, Osama Bin Laden eAyman az-Zawahiri.

I gruppi terroristici islamisti, come vengono designati dalle forze di sicurezza, fonti europee della nostra indagine, formano una rete internazionale. Il gruppo Hizb ut-Tahrir (Uzbekistan), l’organizzazione Abu Sayyaf (Filippine), l’organizzazione Jemaah Islamiyah (Indonesia), il Gruppo salafista (Algeria) per la predicazione e il combattimento (GSPC), l’organizzazione at- Tawhid wal-Jihad capeggiata da Abu Musab az-Zarqawi (strettamente legata ad Al-Qaida, al punto che in Iraq è identificata con tale nome), il gruppo curdo sunnita Ansar al-Islam non sono altro che promanazioni o affiliati di Al-Qaida, quindi una <costellazione> di terroristi.

Precisiamo: le nostre fonti utilizzano sempre la terminologia ufficiale: attribuiscono alle organizzazioni citate la qualifica di <presunti terroristi>.

A proposito di Al-Qaida, secondo le fonti consultate si ritiene che questa organizzazione terroristica a seguito della perdita delle sue basi, dei suoi “santuari” si potrebbe più propriamente dire, e di circa tremila uomini, sia oggi fortemente indebolita al punto da non poter essere ritenuta mandante o esecutrice diretta dei vari attentati degli ultimi periodi. Ciò non toglie che Al-Qaida sia tuttora “fonte di ispirazione”, “emblema” dei gruppi terroristici i quali agiscono autonomamente, sia a livello regionale, sia nel quadro internazionale. Il “pensiero” all’origine delle attività terroristiche è e rimane sempre la “Jihad” nella sua essenza di “guerra santa” come tale. Bisogna infatti tenere presente, sottolineano le fonti, che l’azione violenta non costituisce il mezzo per imporre una politica, ma essa azione violenta è la ragione dell’azione, ed è priva di obiettivi, se non quello della lotta in quanto tale. Gli analisti di un servizio di intelligence d’oltralpe hanno definito il movimento per la Jihad come “una variante dell’islamismo violento priva di obiettivi” (Fedpol, Berna).

La Jihad attira particolarmente i giovani, immigrati di prima o seconda generazione che vivono o addirittura sono nati in Europa occidentale. Essi non hanno alcun rapporto con il paese d’origine, dei o del genitore, e neppure con le forme della religione tradizionale e, ad un primo esame, sembrano totalmente integrati nella società ove risiedono. Tale generazione di seguaci della Jihad non è stata addestrata nei campi dell’Afghanistan o in quelli dei paesi d’origine, ma in Europa occidentale. In molti casi essi hanno già all’attivo condanne per microcriminalità. Il carcere è divenuto un luogo di reclutamento del movimento della Jihad.

Circa la difficoltà nell’individuare i potenziali terroristi, le fonti segnalano quanto segue: mentre gli <islamisti> agiscono sulla base di un impegno politico e sono parte integrante di una organizzazione adeguatamente e gerarchicamente strutturata, i sostenitori della Jihad cono concentrati esclusivamente sull’atto finale, pertanto non si rivelano se non nel momento dell’azione violenta.

I seguaci della Jihad sono presenti in tutti i paesi europei occidentali.

Una delle conseguenze del terrorismo islamico nelle sue varie forme e origini è la crescente avversione nei confronti dell’Islam, classificata dagli specialisti <atteggiamento difensivo parzialmente aggressivo>. Le comunità musulmane vengono considerate quali serbatoi potenziali di azioni terroristiche.

L’ “alibi” dell’asilo politico

Recentemente gli Stati Uniti hanno chiesto ad alcuni governi europei occidentali di accogliere dei componenti del movimento d’opposizione iraniano Mujahedin-e Khalq (MeK) rimasti bloccati in Iraq. La risposta è stata negativa, in quanto i membri del MeK sono considerati terroristi. Poiché da vari indizi si ritiene che alcuni dirigenti del MeK abbiano raggiunto clandestinamente l’Europa occidentale, segnatamente l’Italia e i paesi scandinavi, passando dall’Europa sud-orientale, dalla Germania e dall’Austria, le fonti non nascondono il rischio di più cospicue insidie dovute alla capacità coagulante insita nell’azione di esponenti di spicco del terrorismo, sia pure costretti ad agire nell’ombra. Altre presenze preoccupanti in Europa riguarderebbero attivisti dell’ex PKK curdo, attualmente conosciuto come Kongra-Gel, provenienti dal nord dell’Iraq.

Da ricordare, inoltre, che l’Unione Europea ha inserito il Kongra-Gel nella lista delle organizzazioni terroristiche (dall’aprile 2004) in quanto successore del PKK.

Quale possa essere la capacità di aggregazione dei dirigenti di organizzazioni terroristiche <emigrati>, anche sotto falsa identità, in Europa occidentale è facilmente intuibile, così come risulta insidiosa la tolleranza applicata alle nostre latitudini in materia di asilo (in effetti usato come rifugio da “certi” immigrati clandestini) e di applicazione delle norme previste dalla Convenzione sui diritti dell’uomo. Senza dilungarci, osserveremo che non pochi dirigenti e aderenti ad organizzazioni messe al bando, ad esempio in Tunisia (movimento En Nahdha) sono <rifugiati> in paesi europei. Si riapre qui la pagina che riguarda l’immigrazione clandestina, veicolo di fuga per terroristi alla ricerca di <rifugio>.

Quando i terroristi diventano immigrati clandestini

Si ricorda qui un episodio accaduto nel 1997 e di cui si è testimoni. Nel febbraio - marzo di quell’anno gli sbarchi nel Salento raggiunsero punte di settecento, ottocento clandestini al giorno. Nella sola Brindisi ne sbarcarono in totale oltre sedicimila. Tra questi anche gruppi di irakeni, in realtà curdi, accompagnati da un <funzionario> del PKK che provvedeva poi allo smistamento e all’inoltro alla destinazione finale. Si appurava, inoltre, che il <gruppo> aveva provveduto a pagare il <passaggio> dall’Albania mediante carte di credito.

L’immigrazione clandestina (?) come mezzo di copertura e di trasferimento di soggetti da inserire in determinate organizzazioni locali. In altri termini: l’immigrazione illegale come strumento di supporto logistico alle strutture estremiste e terroristiche islamiche. Dalle indagini svolte, ad esempio, dai servizi di sicurezza sauditi nel quadro delle indagini dopo gli attentati di Riyadh, si è appurato che il gruppo terrorista disponeva di una componente logistica, di specialisti di informatica e falsificazione, di informatori e passatori (passeur-tramite), di un responsabile per gli alloggi e di un <commissario ideologico>, numero uno del gruppo. Una conferma degli stretti rapporti intercorrenti tra le organizzazioni terroristiche e quelle delle criminalità organizzata. Un fatto accertato anche da indagini e inchieste condotte dai servizi occidentali.

Tra i settori di collaborazione anche quello del reperimento di esplosivi.

Raggiunto clandestinamente un determinato paese, il terrorista deve tentare di legalizzare la sua presenza in attesa di conoscere la sua destinazione operativa, il che potrebbe richiedere un certo tempo. Egli ricorre allora alle false generalità e anche se il giochetto viene scoperto, può accadere che l’individuo non possa essere espulso, in quanto subentrano vincoli, ostacoli, impedimenti imposti da norme contenute in convenzioni internazionali, etc. Potrebbe succedere, come si è verificato, che all’individuo, attivista di organizzazioni islamiste, che ha denunciato false generalità, venga riconosciuto lo status di rifugiato politico.

Pur senza fare <di tutta un’erba un fascio>, quindi riconoscendo che esistono anche i musulmani moderati, si deve rimarcare l’esistenza di una rete solo apparentemente moderata, persino ritenuta abbastanza integrata, posta a copertura di attività fiancheggiatrici della Jihad. Luoghi di preghiera, moschee, associazioni e le citate carceri, costituiscono la maglia tramite cui si attuano mobilitazioni, reclutamenti, raccolta di finanziamenti, di informazioni, di contatti, collegamenti e pianificazione di infiltrazioni. L’azione persuasiva verso il fanatismo, è condotta da imam esperti, itineranti nei vari luoghi di culto sorti in tutta Europa. La copertura religiosa è quanto mai efficace, ma la sostanza dell’operato è ben più pericolosa e subdola. Purtroppo vi sono paesi europei che hanno normative antiterrorismo insufficienti se non inadeguate o addirittura ( vedi la Confederazione Elvetica) senza una legislazione antiterrorismo. Mancano leggi uniformi, tali da consentire azioni coordinate. Forse sarebbe ora di varare delle normative a respiro veramente europeo. Ammesso che ci si voglia difendere contro terrorismo, droga, criminalità organizzata e tutto ciò che ad essi si accompagna.

COME SI FINANZIA IL TERRORISMO

I provvedimenti varati dall’ONU per contrastare il finanziamento del terrorismo hanno portato al blocco di circa 150 milioni di dollari in tutto il mondo. Tuttavia la battaglia contro il finanziamento del terrorismo è difficile e lungi dall’essere vinta.

Lo conferma l’elevato numero di attentati. Le sanzioni stabile dalle Nazioni Unite e le misure adottate dai vari paesi non hanno minimamente influito sul numero degli attentati. Le fonti affermano che nella capacità operativa dei gruppi terroristici non si rileva una diminuzione di una qualche sensibilità.

La rete terroristica si avvale di specialisti finanziari di alto livello e di agganci non marginali nelle strutture operative legali. Sono realtà che richiedono indagini quanto mai delicate e lunghe, mediante operazioni di intelligence. Tra le risultanze raggiunte dalla commissione americana istituita dopo gli attentati dell11 settembre 2001, vi è quella che attesta il finanziamento di Al-Qaida da parte di organizzazioni di beneficenza sostenute da potenti intermediari finanziari operanti particolarmente nell’area del Golfo. A seguito della smantellamento delle strutture di vertice di Al-Qaida, i finanziamenti del terrorismo non avvengono più in forma centralizzata. Ogni gruppo o cellula si finanzia singolarmente. Ciò non esclude, tuttavia, il ricorso alle “solite” fonti, sia pure mediante procedure più complicate e in tal modo difficilmente localizzabili e ricostruibili da parte degli investigatori. Non si dimentichi, in proposito, che il governo saudita avrebbe erogato, a suo tempo, un miliardo di Marchi tedeschi (DM) per la realizzazioni di scuole coraniche in Bosnia, poco dopo la “normalizzazione” in quell’area balcanica.

Sempre dalle risultanze dell’inchiesta della commissione americana dopo gli attentati dell’11 settembre, si è appreso che quell’”operazione terroristica” costò poco meno di mezzo milione di dollari. Cifre inferiori invece richiesero gli attentati di Bali e Madrid. Mentre quelli negli Stati Uniti, in Marocco e di Madrid sarebbero stati finanziati interamente da Al-Qaida, gli attentati di Bali avrebbero visto un impegno solo parziale dell’organizzazione creata da Bin Laden. Le operazioni militari in Afghanistan hanno prodotto, tra l’altro, una frammentazione delle strutture terroristiche e conseguentemente il micro-finanziamento delle medesime.

Le “cellule” operative e logistiche site in Europa si finanziano con i metodi della criminalità organizzata: rapine, truffe con carte di credito o assegni, falsificazioni di documenti, traffico di clandestini, traffico di stupefacenti, ma anche con fondi di provenienza legale. Quanto precede si salda con quanto accade sul fronte della delinquenza organizzata e locale ed è sempre più difficile distinguere certa criminalità dal terrorismo, agendo sovente la prima quale supporto operativo del secondo nel settore dell’acquisizione e <raccolta> di mezzi finanziari, tramite operazioni come sopra schematicamente elencate, se non addirittura fornendo <tecnici> in fatto di comunicazioni elettroniche, procedure finanziarie, reperimento di esplosivi, coperture. La traslazione è un fatto accertato.

Il contrasto alla rete di microstrutture è quanto mai difficile. Non bastano le sanzioni internazionali, sono sostanzialmente inefficaci le più severe misure in materia di riciclaggio o le restrittive regole gestionali imposte agli operatori finanziari privati.

Contro un avversario del genere sono indispensabili gli interventi sistematici dei servizi informazione e delle strutture investigative delle varie polizie che non possono lavorare indipendentemente, con una sola “centrale” di riferimento, intesa quale “stanza di compensazione e confronto” delle varie informazioni raccolte. Con tutto il rispetto per l’Interpol e l’Europol, indubbiamente ammirevoli nel loro sforzo e nelle loro competenze, l’avversario richiede una autentica Polizia Europea, con competenza territoriale senza frontiere e senza sbarramenti procedurali e normativi. E ancora prima un “Codice di Procedura” unico. Le fonti citate sostengono che per riuscire ad annientare le “cellule” è indispensabile preliminarmente conoscere gli ambienti in cui operano e questo si può ottenere solo frequentandoli.

Discorso diverso riguarda, invece, il sostegno logistico dei singoli gruppi terroristici. In questo caso sono importanti ed efficaci le sanzioni internazionali e gli sforzi a livello politico. Le misure adottate hanno consentito l’individuazione e lo smantellamento di varie reti di sostegno, mediante il blocco dei fondi ( come sopra indicato) e ostacolando il trasferimento di denaro tramite i canali tradizionali.

Le organizzazioni terroristiche utilizzano, ora, i “corrieri”, con un maggior ricorso al denaro in contante, il che produce difficoltà crescenti nel contrasto, anche se impone ai terroristi rischi maggiori sia per quanto riguarda l’affidabilità dei corrieri e dei <passaggi>, sia per il reperimento dei fondi liquidi. I nuovi scenari richiedono ancor più, rispetto al recente passato, la conoscenza del tessuto connettivo dei vari gruppi terroristici e del loro bacino di attività. Poiché la tendenza al microfinanziamento si va accentuando, le fonti ritengono che i componenti delle varie cellule terroristiche si mescolino negli ambienti criminali e microcriminali nei quali, inoltre, sia più facile, se non conveniente, reperire corrieri e canali di smistamento già collaudati.            (continua)

SOMMARIO

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