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Centenario della Grande Guerra: come non scrivere la Storia

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Chiaro & Scuro... commenti pungenti

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- “Mata Hari, una Spia o una Vittima?” (“Mata Hari, a Spy or a Victim?” - "Mata Hari, un Espion ou une Victime?" - "Mata Hari, una Espía o una Víctima?" - "Mata Hari, ein Spion oder ein Opfer?")

- “6 Giugno 1944, il D-Day, lo Sbarco in Normandia” (“June 6 th 1944, the D-Day, the Unloading in Normandie” - “Le 6 juin 1944, le D-Day, le Débarquement en Normandie" - "El 6 de junio de 1944, el D-Day, el Desembarque en Normandía" - "6. Juni 1944 der D-Day die Ausschiffung in Normandie")

- “Gianni Caproni, il padre dell’Aeronautica italiana” - Gianni Caproni, the father of the Italian aeronautics - Gianni Caproni, el padre de la aeronáutica italiana - Gianni Caproni, der Vater der italienischen Luftfahrt - Gianni Caproni, le père de l'Italienne aéronautique

Centenario della Grande Guerra: come non scrivere la Storia

(STENOS.IT, 13 agosto 2010 - Piero Baroni) - Il Centenario della Grande Guerra si avvicina rapidamente. Il quasi regicidio di Sarajevo, innescò un turbine di odio , di rabbiose reazioni e spinse l’Europa tutta ai margini delle vendette e delle aspirazioni a lungo sopite, ma non superate.

Il ricercatore, tornando con rispetto e immutata commozione, sui luoghi delle battaglie, coglie l’occasione per prendere contatto con le ultime pubblicazioni in vetrina. Delusione!

Siamo in presenza di un orientamento assolutamente preoccupante e, sotto certi aspetti, storiograficamente blasfemo: a una rivalutazione a tutto tondo dell’ex nemico e a una correlata squalificazione del Soldato italiano. Infatti, da qualche tempo nelle librerie e nelle tabaccherie con vendita di libri, come in  alcune <mostre> presso musei et  similia, sono in mostra libri basati esclusivamente su documentazioni e citazioni  austro-ungariche; in sintesi è in atto un riesame della Grande Guerra sul fronte italo-austriaco teso al rilancio dell’ex nemico, alla diminutio di quanto fatto dall’esercito italiano, e alla revisione del conflitto in

chiave austro-ungarica con tutta una serie di distinguo e di interpretazioni tendenti a  formulare un diverso  giudizio militare e politico del conflitto, dei suoi esiti e del ruolo dell’Italia e delle sue Forze Armate.

L’esigenza di documentarsi e di non < perdere battute>  ha indotto il ricercatore ad affrontare la lettura di tre lavori, qui di seguito elencati:

    1)“Il Piave- L’Ultima battaglia della Grande Guerra” di Paolo Pozzato e Tibor Ballà-Gino Rossato editore,  Novale/Valdagno (Vicenza), 203 Pagine, foto b.n.  Euro 19,00- prima edizione ottobre 2005.

    2)“L’invasione del Grappa  L’attacco austro-tedesco di novembre-dicembre 1917” -  autori diversi  pagine 356, Euro 20,00. Identico editore  prima edizione ottobre 1993, con ristampe nel 1999 e nel 2000.

    3)“Strafeexpedition- maggio giugno 1916”  di Enrico Acerb i, 398 pagine, 22,00 Euro, 162 foto e 25 cartine   identico editore, prima edizione ottobre 1992 con ristampe dal2003 al 2007.

A pagina 376 di Strafexpedition si legge: “le difficoltà logistiche hanno bloccato la macchina bellica asburgica sull’orlo degli altopiani”.

Nella <premessa>  de  “Il Piave”, (pag. 5),  il giudizio è ancora più netto e non si presta a interpretazioni: “Se per gli italiani era importante conservare le dimensioni della “vittoria”, altrettanto per gli sconfitti era decisivo ribadire la propria superiorità morale e militare, se non politica, sui trionfatori del novembre 1918. Il cliché che accomuna pressoché tutte le storie reggimentali dell’ex impero è quello  degli “invitti sul campo”, superiori fino all’ultimo ai loro avversari e decisi ad addossare agli”altri”, prima di tutto ai reparti e ai combattenti di altre nazionalità, la colpa della sconfitta”.

La  conclusione della <premessa> , non firmata, ma chiaramente dovuta ai due autori sopra citati, è quanto mai indicativa di quale sia l’orientamento complessivo del lavoro, pur nell’ambigua forma espressa: “Ad altri studiosi va l’invito ad ampliare ed approfondire la proposta che qui viene fatta; ai protagonisti di allora, artefici e vittime ad un tempo di una delle pagine più tragiche dell’età contemporanea, va il ricordo ed il rispetto dei curatori”.

All’editore  Gino Rossato, proprio in considerazione di quanto sopra riportato, va la proposta dello scrivente per uno studio sulla Battaglia di Vittorio Veneto o, se preferisce, sulla  “Battaglia d’arresto” del novembre -  dicembre 1917. Senza dimenticare la “Battaglia del Solstizio”.

Quale indicazione  di referenza,  se ritenuta  necessaria e utile,valga  la ricerca documentale  d’archivio effettuata a suo tempo per  il Ministero della Difesa - Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito,  su Vittorio Veneto.

Quello che disturba proprio per le sfumature di rimpianto e  le tracce  non marginali di faziosità anti-italiana è l’impostazione dei lavori citati, chiaramente, si potrebbe dire “sfacciatamente” partigiana,” e improntata ad una netta superficialità quanto a documentazione e attività dell’<avversario>, dando per scontato quanto già noto; infatti si scrive di “sfortunato esito della battaglia” (del Piave, giugno 1918).

 Si giunge poi al falso: “E così l’Italia vide arrivato il momento per strappare finalmente anche una “vittoria”, la prima e l’unica che potè ottenere nelle sue molte guerre contro la monarchia degli Asburgo” e si preparò per l’offensiva ( pag. 163).

E le sconfitte nella Battaglia della Bainsizza,  nella ” Battaglia di arresto” e nell’attacco sul Grappa, non devono essere considerate? Come devono essere valutate, secondo i curatori filo e austro-ungarici?  “esiti sfortunati”?

Non è questa la sede per un’analisi sistematica dei testi citati, che rimangono altrettanti documenti anti-italiani e interpretazioni prive di credibilità storica. Non è dando spazio e statura a scritti di  pretta natura revanscista  che si modifica l’esito della guerra e neppure mettendo in evidenza l’amarezza degli sconfitti sul campo,o l’illusione di una presunta superiorità  e neppure attribuendo i cedimenti  a truppe con la medesima uniforme, ma di nazionalità diversa, una o più nazionalità  che formavano la galassia etnica dell’impero. Sia pure in una lettura rapida non si scorgono pagine dedicate alle rappresaglie (Impiccagioni a centinaia) condotte dagli austriaci contro i cecki che combattevano a fianco degli italiani e inquadrati in unità regolari. Antica, tradizionale usanza asburgica nei confronti dei <dissidenti>.

Da dove proveniva tale presunta legittimazione?

Lo scenario presentava all’epoca sfumature variegate.

“Il governo tedesco si aspetta (dagli Stati Uniti d’America e particolarmente dal Presidente Wilson, n.d.a.) “ una proposta di armistizio”. Da parte  loro gli Austriaci (nella risposta formulata  per il presidente statunitense) affermavano:

“Ci dichiariamo pronti, senza attendere l’esito di altre trattative,  ad aderire alla pace e ad un immediato armistizio su tutti i punti.  C’è da aspettarsi che la risposta di Wilson arrivi entro mercoledì o giovedì (…) ”Se il fronte non  dovesse tenere, questo un commento successivo sempre dalla medesima fonte ufficiale -  diventerebbe dubbio il fatto che l’Intesa si faccia coinvolgere in trattative (…) le sue truppe avanzerebbero  fino a Trieste, Trento, Villach e così via, dettando le condizioni di pace . (…) Sarebbe un’umiliazione senza pari se vincessero gli italiani, il cui intimo valore è indubbiamente inferiore a quello delle nostre truppe, la loro costituzione non è migliore: nemmeno loro possiedono riserve consistenti. Dove c’è la volontà, lì c’è anche la vittoria”  (fonte citata, pagina 81).

Dopo queste considerazioni antologiche, si deve evidenziare che la Storiografia ufficiale e ufficiosa ha trascurato due fattori importanti nel pur vasto panorama delle pubblicazioni e dei memoriali.

Il primo riguarda l’errore strategico compiuto nell’aver accettato la richiesta di armistizio avanzata dagli austro-ungarici. Il secondo, strettamente legato al primo, si riferisce al mancato sfruttamento militare e politico del successo nella battaglia di Vittorio Veneto e della rotta del nemico. Al contrario, gli italiani si lasciarono impaniare nelle mene austro-ungariche finalizzate esclusivamente a limitare l’avanzata italiana in territorio austriaco. Un errore fondamentale essersi fermati quando il nemico non aveva alcunché opporre.

L’errore politico richiederebbe una trattazione a parte. Non vi fu un coordinamento adeguato tra governo e Comando Supremo. Mancò soprattutto un Servizio Informazioni almeno al livello di quello austriaco. Altro argomento che richiederebbe una ricerca approfondita. Purtroppo nel nostro paese pare non esista una Istituzione, un Mecenate, una Casa Editrice interessata a lavori del genere. Pare che la regola risponda ad una logica chiarissima: meglio, molto meglio lasciar perdere. Quello che è stato è stato…

Strano che nelle pubblicazioni sopra citate e qui schematicamente contestate, nessuna delle testimonianze citate abbia ritenuto di ridimensionare il successo conseguito a Caporetto e dintorni  attribuendo il giusto valore e la corretta dimensione a ciò che Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio dei ministri e uno di protagonisti delle trattative di pace di Versailles ha scritto nelle sue memorie:

“Non occorre una  grande immaginazione e tanto meno una esperta capacità tecnica per comprendere che un tiro di sbarramento di queste settecento bocche da fuoco (quelle del XXVII Corpo d’armata al cui comando vi era il generale Pietro Badoglio che invece non ricevettero l’ordine di aprire il fuoco, n.d.a.), iniziato in tempo e prolungato sarebbe potuto bastare da solo a mutare radicalmente le sorti della giornata, arrestando o quanto meno sconvolgendo la penetrazione dell’Alpenkorps e della 12.ma slesiana”.

Sorprende che il presidente Orlando, Il Sovrano e il Governo tutto abbiano agito  subdolamente, artatamente per falsare le risultanze della Commissione d’inchiesta su Caporetto, al fine di <salvare> la reputazione di Badoglio, il vero responsabile del disastro di Caporetto. E non solo. (Piero Baroni)