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Generali nella Polvere

Storia: un libro “choc”

Nel panorama sostanzialmente uniforme e omogeneizzato delle pubblicazioni sulla partecipazione dell’Italia alla seconda guerra mondiale accade raramente di imbattersi in un libro coraggioso, se non addirittura spregiudicato e privo di condizionamenti. Il che, nello scenario dell’ortodossia da sempre dominante e soffocante in questo come in altri comparti della documentazione e della ricerca storica, non costituisce un requisito da poco. Non v’è dubbio che “Generali nella polvere Perché abbiamo perduto in Africa Settentrionale”, (di Piero Baroni, Edizioni Settimo Sigillo, Roma) costituisca un contributo interessante e al tempo stesso stimolante alla revisione delle vicende belliche nel deserto libico e in quello egiziano tra il 10 Giugno 1940 e l’11 Febbraio 1941, periodo in cui si ebbe l’avanzata italiana

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su Sidi el Barrani e, dai primi giorni di dicembre, l’offensiva britannica, l’“Operazione Compass” che si concluse con la disfatta della X Armata italiana (al comando di Graziani). Centotrentamila prigionieri, un enorme bottino, la conquista della Cirenaica: questo il risultato conseguito da un esercito britannico che aveva effettivi pari a un sesto di quelli italiani.

Contrariamente a quanto si riferisce a ulteriori fasi del conflitto nel deserto africano, i primi otto mesi di operazioni non hanno avuto eccessiva attenzione da parte degli storici e degli storiografi. Per i britannici la distruzione dell’esercito di Graziani rappresentò il primo successo dall’inizio del conflitto (settembre 1939) e, soprattutto, la protezione del Medio Oriente con tutto ciò che quell’area significava politicamente, strategicamente, economicamente. Il pericolo che gli italiani potessero raggiungere il Canale di Suez, cacciare la flotta inglese dalla base di Alessandria d’Egitto, addirittura ricongiungersi con le forze amiche dislocate nell’Africa Orientale (in particolare dopo la conquista italiana della Somalia britannica) era qualcosa di più di una ipotesi stante l’enorme inferiorità di uomini, di mezzi, di equipaggiamenti dei britannici in tutto lo scacchiere che si estendeva dall’Egitto al Sudan e oltre, dalla Palestina al Golfo Persico. Il libro di Baroni analizza anche questa situazione sulla base dei documenti e delle informazioni che all’epoca erano all’esame dello Stato Maggiore italiano.

Nel 1940 l’Italia possedeva il radar

Gli alti comandi lo disprezzarono

Una lettura, quella di “Generali nella polvere”, che conduce il lettore nei meandri di una vicenda drammatica e imprevedibile nei suoi sviluppi e colpi di scena per trovare le cause di una sconfitta disastrosa per gli italiani, una disfatta provocata dall’incompetenza dei generali, in primo luogo del Maresciallo Rodolfo Graziani, comandante supremo. L’autore demolisce con prove documentali e una analisi particolareggiata i falsi storici sull’inferiorità numerica e tecnica dei mezzi italiani, un alibi che troppi storici hanno utilizzato per nascondere una sconfitta bruciante, di enormi proporzioni. Una campagna, sempre sottovalutata dalla Storia, che incise profondamente sulle vicende belliche degli anni successivi. Il lavoro di Piero Baroni si rivolge a chi intenda scoprire la verità e affrontarla con obiettività e rispetto dei fatti, senza nulla nascondere, portando alla luce errori, intrighi, viltà, meschinità di quanti anteposero le questioni personali e gli interessi di casta all’esigenza di compiere il proprio dovere.

Con una tecnica basata sull’analisi della relazione ufficiale scritta dall’Ufficio storico dell’Esercito e su una parallela ricerca documentale persino puntigliosa, l’autore ripercorre gli avvenimenti partendo da un raffronto tecnico tra i mezzi corazzati inglesi e italiani, cui fa seguito un riferimento schematico alla situazione tattica esistente sul fronte aeronavale e a quella che viene definita la “strage di fagiani”, aspra definizione dell’attacco degli aerosiluranti britannici contro le nostre sei corazzate tutte radunate nel Mar Grande di Taranto e di cui tre furono silurate (la nave da battaglia Cavour, virtualmente affondata). A corredo di tale scenario, quasi a renderlo ancor più vivido, l’intervista in esclusiva a suo tempo rilasciata all’autore dal professor Ugo Tiberio, l’inventore e realizzatore del Radio Detector Telemetro (RDT, primo radar navale italiano), apparato disponibile sin dal 1939, sottovalutato se non addirittura disprezzato dal Capo di stato maggiore della Regia Marina, l’ammiraglio Cavagnari, sicchè non solo non venne preso in considerazione, ma di fatto boicottato.

Una “volpe” uccisa all’aperto

Se quella italiana, nella sua sostanziale inerzia e palese ignavia, viene definita “una flotta in naftalina”, l’offensiva britannica assume invece la configurazione di una “caccia alla volpe”. L’ironia scaturisce dal testo del messaggio che il generale Richard O’Connor, comandante della Western Desert Force, trasmise al Generale Wavell, comandante supremo delle forze britanniche del Medio Oriente, dopo aver concluso vittoriosamente la sua offensiva: “La volpe è stata uccisa all’aperto”. Un tratto di acido sarcasmo, tipicamente britannico. Quello che suscitava un cenno di sorriso compiaciuto nei saloni ovattati dei circoli esclusivi, dove si faceva sfoggio di cravatte con i colori dei “regiments”. Il messaggio venne trasmesso da una zona del deserto non lontana da Beda Fomm, dove la tragedia della X Armata italiana visse il suo disperato e sanguinoso epilogo.

Gli avvenimenti che si svolsero in Africa Settentrionale dal 10 Giugno 1940 all’11 Febbraio 1941 (data quest’ultima in cui il maresciallo Rodolfo Graziani abbandonò il comando e rientrò in Italia) non avrebbero una configurazione adeguata e un giusto peso nel quadro complessivo della condotta delle operazioni sul fronte africano e in quello strategico se non corroborati dai precedenti, da quanto avvenne dal 1935 (e in realtà anche da prima) anno in cui con la guerra in Abissinia, l’impero britannico vide nell’Italia un fastidioso e importuno coinquilino in un’area dell’Africa sino allora monopolio di Londra. La presenza italiana in Eritrea e Somalia non rappresentavano una minaccia. Non altrettanto, secondo i governi francese e inglese poteva dirsi per l’Etiopia.

Cinque anni perduti

da uno Stato Maggiore inetto

L’ampliamento della penetrazione italiana poteva innescare conseguenze imprevedibili in aree mediorientali già potenzialmente ostili ai britannici e favorevolmente orientate verso gli italiani. Nel capitolo “Cinque anni perduti”, Baroni affronta alcuni temi che la storiografia non ha ancora analizzato e studiato con la necessaria profondità. Ad esempio la mancata realizzazione di una grande base aeronavale a Tobruch, una analoga soluzione in Somalia, una serie di operazioni per sabotare il Canale di Suez al momento della dichiarazione di guerra, l’occupazione di Malta virtualmente indifesa per tutta la seconda metà del 1940.

Ecco, dunque, in “Generali nella polvere” prospettati vari argomenti che, anche se soltanto sfiorati o accennati, inducono nel lettore molteplici interrogativi che spaziano dalla concezione di un piano strategico che sembra fumoso e improvvisato a criteri operativi inadeguati per una guerra nel deserto; dall’insufficiente addestramento di ufficiali e truppa, alla mancanza di una organizzazione logistica e tecnica idonea al teatro delle operazioni; dall’impiego di forze non consone al tipo di movimento e combattimento che si sarebbero dovuti affrontare, alla sottovalutazione degli obiettivi e del loro peso politico e strategico. Si innescano qui argomenti a catena: la produzione di carri armati, quella di artiglierie e di proiettili in particolare, la qualità delle truppe e la mancanza dell’azione devastante che un’operazione militare deve saper sferrare quando si scelgono il nemico, l’obiettivo e il momento di sferrare l’attacco.

Ne deriva che il titolo del libro “Generali nella polvere” sintetizza il giudizio che gli avvenimenti occorsi negli otto mesi iniziali della guerra in Africa accredita ai massimi responsabili della concezione, organizzazione, condotta delle operazioni.

L’offensiva delle truppe britanniche

inseguimento e annientamento

Se quella italiana su Sidi el Barrani fu “un’avanzata sterile di risultati”, un’avanzata che venne decisa dopo una lunga diatriba di messaggi, telegrammi, polemiche, tra il comandante superiore in Africa Settentrionale da un lato, lo Stato Maggiore Generale e il Capo del governo dall’altro, sprecando tempo, occasioni, opportunità, consentendo ai britannici di conquistare un predominio psicologico sui comandi italiani in forza di energiche e continue azioni di disturbo, che coprivano la loro debolezza in fatto di uomini e di mezzi, ma non di aggressività e di temerarietà; se il continuo rinvio dell’offensiva e le snervanti discussioni sui mezzi diedero tempo ai britannici di far convergere sull’Egitto uomini e armi (sempre inferiori alle disponibilità italiane); quella che realizzarono i britannici fu un’operazione di “inseguimento e annientamento”.

L’autore ricostruisce persino nelle sue fasi apparentemente marginali, il susseguirsi dell’offensiva inglese e nel contempo documenta sia il comportamento delle truppe, sia quello dei generali, sia quello del Maresciallo Graziani. Una lettura quella del libro di Baroni che mette a fuoco l’arretratezza professionale dei generali ai quali venne affidato il compito di vincere la guerra in Africa Settentrionale. Il confronto con gli avversari è persino crudele. Da un lato, quello italiano, alti ufficiali strettamente ancorati al concetto dell’impiego dei carri armati a supporto della fanteria; dall’altro, quello britannico, improntato all’impiego dei carri come “incrociatori” nel deserto, sfruttando gli enormi spazi, l’assenza di ostacoli naturali, la possibilità di manovrare su profondità incommensurabili e quindi di avvolgere il nemico, aggirarlo a largo raggio, attaccarlo ove non se lo sarebbe aspettato, realizzando puntate, finte, diversioni, sfruttando sino al limite massimo la ricognizione aerea e quella terrestre, infiltrando reparti speciali.

Eroismo disperato

Nelle pagine di questo libro si riscontra in più momenti un corretto e doveroso riconoscimento del valore, del coraggio, persino dell’eroismo profusi dai nostri soldati, sottufficiali e ufficiali, come pure l’amarezza per quello che si sarebbe potuto fare e non venne fatto per incompetenza, inettitudine, impreparazione dottrinaria e incapacità intellettuale oltre che morale dei più alti comandanti. Il clima psicologico in cui Graziani svolse il suo comando scaturisce dal testo dei suoi messaggi a Badoglio (capo di stato maggiore generale) e a Mussolini. Tali messaggi e le risposte formano una storia nella storia. Lo spessore professionale, la capacità di dominare gli eventi, la fulmineità delle decisioni, la preliminare conoscenza del quadro operativo e del terreno, l’affidabilità dei comandanti generali subordinati, l’arditezza delle decisioni e la forza di imporre le scelte e di perseguirle tenacemente, tutto ciò purtroppo mancava ai vertici militari in Africa Settentrionale in quegli otto mesi iniziali di guerra. Non così si può dire delle Divisioni che formavano l’Armata. L’incapacità di comprendere che la guerra nel deserto richiedeva non l’occupazione del terreno e la sua difesa ad oltranza, bensì la distruzione delle forze avversarie distingueva i due opposti comandi. Graziani ancorò la maggior parte delle sue forze dapprima (a Sidi el Barrani) in tanti campi trincerati fissi, privi di forze mobili; in un secondo tempo rinchiuse nelle piazzeforti di Bardia e Tobruch decine di migliaia di uomini. E questo senza crearsi una potente forza mobile corazzata (e i mezzi erano disponibili) tale da poter attaccare sul tergo il nemico e comunque idonea a rappresentare una minaccia letale per le sue pur ardite puntate in profondità. Invece i britannici poterono pianificare in tutta tranquillità, e senza contrasto, i loro movimenti e scegliere le più favorevoli linee di attacco. Era la diversa e opposta concezione tattica a determinare le soluzioni strategiche. Mano a mano che la lettura prosegue e le immagine riflesse vengono proiettate nella mente, si percepisce anche il lievitare della difficoltà dell’autore nel tratteggiare gli avvenimenti e un implicito desiderio di concludere. Ma ciononostante il “racconto” non perde di fascino, non si avvertono “tagli”, non si scorgono scorciatoie. La fine della X Armata è “vissuta”, se così si può dire, in tutta la sua terribile verità. Vi sono anche degli interrogativi cui la storiografia ufficiale non ha fornito risposte esaurienti limitandosi ad accettare le versioni dei generali attori di quelle decisioni. Nel libro di Baroni, invece, quegli interrogativi sono affrontati, sviscerati e per quanto hanno consentito i documenti reperiti, corredati di risposte, dove possibile, e denunciati nella loro rilevanza dove le risposte sono tuttora nascoste in dossier inaccessibili a ricercatori privati, respinti con arroganza dagli uffici storici militari.

Analisi spietata

Generali nella polvere” è un’analisi, persino spietata in certe sue pagine, della superficialità di alti comandi, della mancanza di visione strategica della guerra, di un impiego irresponsabile di uomini e di risorse. Soprattutto è la dimostrazione dell’impreparazione non tecnica (ad esempio del radar), non di inadeguata disponibilità di mezzi, ma della totale assenza di concezioni dottrinarie sull’impiego delle risorse tecniche e dei mezzi disponibili e delle moderne tattiche operative (quelle applicate dai tedeschi, la combinazione dei tre fattori: carri armati, aviazione nel supporto ravvicinato, fanteria motorizzate e meccanizzata). D’altronde al vertice della piramide militare italiana nel giugno 1940 vi era un Maresciallo d’Italia, Badoglio, un militare che in un discorso ufficiale si vantò di avere fatto risparmiare denaro allo Stato opponendosi alla costruzione di carri armati pesanti. Quelli che sotto la guida di Guderian e di Rommel avevano stritolato la Francia in quaranta giorni.

Un’appendice è dedicata ai rapporti di forza aeronavale nel Mediterraneo tra il settembre 1939 e il giugno 1940, i nove mesi della non belligeranza italiana. Un quadro informativo che conferma quanto sarebbe stato possibile fare alle forze armate italiane e che invece non fu fatto. Altri pesanti e inquietanti interrogativi sostanzialmente ignorati o frettolosamente sfiorati dagli storici.

Piero Baroni- “Generali nella polvere Perché abbiamo perduto in Africa Settentrionale”, Edizioni Settimo Sigillo, Roma tel.06/39722155 fax 06/39722166

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