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Misteri e Retroscena… italiani

Profilo di un  Esercito efficiente  secondo il Generale GOFFREDO CANINO (Capo di Stato Maggiore 1990-1993)

Mezzi e Organizzazione logistica

(a cura di Piero Baroni)

Servizio esclusivo di www.stenos.it

Dopo “La dottrina Militare secondo il Generale Goffredo Canino”, (parimenti pubblicata da questo Sito), il nuovo lavoro si propone di evidenziare quali siano stati gli studi effettuati dal Generale in materia di mezzi e di struttura logistica, quali le sue concezioni, le sue proposte, le sue sostanziali richieste (totalmente disattese…) finalizzate alla formazione di una Forza Armata adeguata ai tempi, ai compiti in immediata prospettiva e all’attuazione di uno strumento idoneo ad espletare tutti gli incarichi e le operazioni rese necessarie dal mutato quadro strategico scaturito dal crollo dell’impero sovietico e dall’insorgere di conflitti locali dovuti ad antiche e mai sopite rivalità etniche con radici tribali, come pure dal riaffiorare del fondamentalismo islamico.

Recentemente il Generale Canino ha dichiarato all’estensore delle presenti note:

“Non possono fare nulla senza l’Esercito. Si può distruggere un territorio come hanno fatto e fanno gli Americani con l’aviazione, ma senza controllo del territorio non c’è vittoria. Il controllo del territorio lo garantisce solo il Fante”.

La “Questione Esercito”

Le Forze Armate dalla fine della seconda guerra mondiale sono state ( e ancora oggi sono) una nota dolente, una sofferenza subita e sopportata malamente, con crescente fastidio e intolleranza dagli ambienti politici e conseguentemente da quelli parlamentari e governativi, per non parlare dell’attività sottilmente, ma energicamente sovversiva condotta, sino a tutti gli anni ‘80 del secolo scorso, dalle centrali propagandistiche occulte e palesi, in gran parte finanziate dal Cremino e dalle sue branche di intelligence (KI,  1947/1951;  MGB, 1946/1954;  KGB dal marzo 1954;  GRU, idem) e tuttora perseguita da certe frange estremiste.

Le problematiche connesse con i livelli qualitativi di Uomini, Sistemi d’arma, Struttura, Organizzazione sono sempre state pervicacemente tenute ai margini dei dibattiti sui grandi temi della Nazione (Occupazione, Sanità, Sicurezza interna, Industria, Agricoltura, Istruzione, Turismo, etc.) quasi che le Forze Armate fossero e siano qualcosa di facoltativo, estranee al disegno imposto dall’esistere e dal rappresentare entità rilevanti nei rapporti internazionali.

Alle Forze Armate erano  e sono - assegnate risorse marginali, percentuali irrisorie del prodotto interno lordo, misere entità finanziarie appena sufficienti ad assicurare l’esistente, anche se obsoleto. Una soluzione di facciata, tanto per dire che erano  (e sono) presenti, esistevano, tutto sommato funzionavano, tanto alla sicurezza e alla difesa ci pensavano quelli della NATO, gli Americani…

In sintesi, la Difesa e gli strumenti connessi non sono argomenti graditi, non fanno parte della <filosofia> dello Stato, non sono l’elemento cardine della strategia globale, cioè dell’insieme delle <forze> della Nazione tese al conseguimento degli obiettivi sociali, economici, scientifici, culturali in essa insiti e per essa funzionanti.

“La strategia globale è l’arte e la scienza di impiegare tutte le forze di una nazione per appoggiare la politica nazionale” (Naval Termes Dictionary, Princeton 1952).

L’Enciclopedia Americana è ancora più esplicita: “La strategia globale è l’arte e la scienza di elaborare ed impiegare le forze politiche, economiche, psicologiche e militari di una nazione allo scopo di dare il massimo appoggio possibile alla politica nazionale in guerra e in pace”.

Forze =  Risorse. Indubbiamente la volontà e la capacità difensive sono risorse fondamentali e irrinunciabili. A patto che rispecchino i requisiti necessari.

Qual è la situazione italiana a questo riguardo?

Valgono sempre le parole pronunciate dal Generale Canino il 30 Ottobre 1990 nel corso di  un convegno indetto dall’Istrid:

 “Tutti auspichiamo uno strumento militare più agile, più moderno, dotato di mezzi efficaci; ma tutti sappiamo che questo strumento non è concretamente attuabile né con la riduzione delle attuali risorse, né con il loro spostamento da un settore all’altro. D’altra parte, dopo 40 anni di sforzi per ottenere degli strumenti efficienti, o parzialmente efficienti, ci troviamo oggi con dei gusci sostanzialmente non troppo pieni, se non vuoti, e quindi estremamente carenti. Se ora si riducono le unità e pariteticamente si riducono le risorse, né la Marina, né l’Aeronautica, né tantomeno l’Esercito potranno raggiungere quell’obiettivo  che, apparentemente, tutti perseguiamo, politici e militari  di uno strumento più ridotto, ma efficiente. Ebbene, proprio la filosofia delle riduzioni e degli spostamenti delle risorse è stata introdotta a applicata integralmente nel bilancio ‘91”.

Il problema dell’ammodernamento è una costante mai affrontata dal governo e dal parlamento. Più esattamente, ignorata.

Il Capo di Stato Maggiore  non poneva all’attenzione dei settori responsabili della politica e dell’informazione solo ed esclusivamente le esigenze dell’Esercito come ampiamente trattato nel lavoro sulla “Dottrina Militare” più sopra citato, ma anche valutazioni di strategia globale, dimostrando una sensibilità acuta come si evince da quanto Egli ebbe a puntualizzare il 7 maggio 1991 in un convegno sempre dell’Istrid.

“Credo che in questa guerra (guerra del Golfo, 1991, n.d.a.) il grande assente rispetto a quello che invece si era previsto o ipotizzato, e che sarebbe stato veramente sconvolgente, è stato il terrorismo…il terrorismo organizzato da uno stato, che avrebbe avuto effetti gravissimi e che per la prima volta avrebbe potuto anche violare lo stesso territorio americano…Se il terrorismo fosse stato posto in essere in maniera organica e se fosse diventato strumento di lotta di uno stato in guerra le conseguenze sarebbero state ben più gravi e le operazioni avrebbero avuto ben altro andamento…Se a partire da agosto (1990, n.d.a.) Saddam Hussein avesse pianificato e attuato attacchi terroristici anche simbolici, magari facendo saltare un grattacielo a New York e dichiarando di averne minati altri, molte decisioni sarebbero state diverse”.

Ricordato che il generale Canino espresse questi concetti nel 1991 (dieci anni prima degli attentati alle Torri Gemelle di N.Y.), è opportuno sottolineare la Sua percezione di un tipo di guerra ben diversa da quella ortodossa. In termini espliciti, si deve dire che il Generale (forse non intenzionalmente, ma solo dialetticamente) accreditò il terrorismo quale mezzo/strumento di una <guerra totale>, una sorta di evoluzione di quella condotta dagli Alleati tra il 1943 e il 1945 tramite le incursioni aeree terroristiche i cui picchi si ebbero a Milano (estate 1943), Amburgo (luglio 1943), Kiel (novembre 1944), Dresda (febbraio 1945), Tokyo (marzo 1945); vi furono città totalmente rase al suolo. Wuppertal-Elberfeld (94%), Wurzburg (89%), Toyama (97%).

Obiettivamente si deve riconoscere il permanere della <guerra> secondo quanto ebbe a ipotizzare il generale Canino, senza con questo attribuirgli alcuna <primogenitura>.

Va comunque ricordato quanto ebbe a considerare un documento della Scuola di Guerra (Bollettino d’Informazione n. 1/1991).

“Nel quadro di dense trasformazioni che l’Europa in particolare ma anche l’intero universo extra-europeo stanno vivendo, si rende indispensabile esplorare una dimensione totalmente diversa da quelle realtà politiche e strategiche che hanno caratterizzato il passato. Senza voler percorrere in dettaglio i punti di situazione già universalmente noti ed esaurientemente trattati in fori più accreditati, non si può prescindere dal ricordare come taluni accadimenti più recenti richiamino in causa la sicurezza, intesa in senso globale, anziché nella sua pregressa connotazione prevalentemente militare”. Si accennava ad una “rinnovata filosofia difensiva”. La Scuola di Guerra rispecchiava il pensiero del Capo di Stato Maggiore.

Tuttavia i circoli governativi e parlamentari erano decisamente orientati verso un ruolo politico-strategico intermedio tra la piccola e la media potenza in un contesto non solo euro-atlantico, ma anche pan-europeo, con possibili proiezioni di presenza al di fuori di esso, specie nell’area mediterranea e medio-orientale.

In sostanza, osservava il Generale Canino, non era “una chiara scelta di ruolo e ce n’è abbastanza per confondere qualsiasi pianificatore. Ma è anche l’unico quadro certo e politicamente sembra essersi stabilizzato dal 1989 (crollo del Muro di Berlino, n.d.a.). Un quadro che si può riassumere nella regola di non dispiacere a nessuno e di essere almeno simbolicamente presenti dappertutto”.

Nell’affrontare la questione <mezzi e sistemi d’arma> (inizi 1992, n.d.a.), il generale Canino mise in evidenza, quale premessa indispensabile, alcuni concetti estremamente importanti.

    1)“Tutte le operazioni militari svolte negli ultimi tempi (anni ’80, primi anni ’90) hanno confermato il peso e l’importanza dei cosiddetto <Moltiplicatori di Forza>, espressione che comprende tutti i materiali ad alto contenuto tecnologico divenuti indispensabili fattori di successo. Tra questi citiamo, ad esempio, i lanciarazzi multipli, gli elicotteri d’attacco, i sistemi contraoaerei e quelli di Comando, Controllo e Informazione e di guerra elettronica.

    2)“Il secondo blocco di linee guida è funzione del deciso orientamento verso un impiego multinazionale delle forze che esige la standardizzazione di procedure e materiali. Il raggiungimento di tale obiettivo  precisava il Capo di Stato Maggiore  trova però forti ostacoli nei vincoli politici posti da ciascuna Nazione, anche perché presuppone il ricorso generalizzato alla produzione di mezzi tramite consorzi internazionali, sulla base di requisiti preventivamente concordati tra i vari Paesi. In attesa di conseguire questo traguardo ottimale  la standardizzazione  occorre almeno garantire l’interoperabilità, rendendo cioè operativamente compatibili sistemi a standard diverso…Primo fra tutti quelli dei calibri e del munizionamento. Quest’ultimo rappresenta, infatti, circa l’ottanta per cento degli oneri di trasporto logistico e, insieme ai calibri, è destinato ad assumere ancora maggiore rilievo, con l’immissione in servizio di nuove generazioni di proiettili e propellenti e nella prospettiva di apportare alle bocche da fuoco e ai lanciarazzi i miglioramenti necessari per incrementarne le gittate”.

    3)“Altro settore prioritario  precisava ulteriormente il generale Canino  è quello dei carri e dei veicoli da combattimento per la fanteria. Per il futuro carro da battaglia di 3^ generazione, considerata l’importanza operativa e i costi del sistema, diventa essenziale la standardizzazione non di un singolo componente, ma dell’intero mezzo. In questo settore la cooperazione internazionale, da tempo auspicata, ma mai conseguita neppure tra i partners dell’Alleanza, è fondamentale e il consorzio è l’unica soluzione possibile. Nei mezzi da combattimento per la fanteria, invece, andrà perlomeno standardizzata la funzione di <mobilità> mediante l’adozione di un’unica base multiuso”.

 

Prima di proseguire nelle citazioni, è necessaria una considerazione: nelle parole del generale Canino non vi erano (e non vi sono) solamente indicazioni importanti relativamente alla funzionalità dell’Esercito anche tenuto conto delle operazioni multinazionali in quegli anni in pieno sviluppo e in costante evoluzione ( e ancora oggi caratterizzanti la politica estera dell’Occidente, proprio a conferma delle intuizioni del Generale!), ma anche una precisa e pungente critica ai circoli politici e governativi e al comparto industriale, in massima parte controllato dallo Stato.

I Consorzi tesi alla produzione congiunta di sistemi d’arma, quali essi siano, terrestri, navali, aeronautici o elettronici in quanto tali, sono sicuramente fattibili (vedasi quello del Tornado…) ma impongono prioritariamente una graduatoria di partecipazione sia finanziaria, sia tecnologica, sia, infine, industriale e, in primis, politica. La <fetta> acquisibile è direttamente proporzionale al livello scientifico-tecnologico-industriale del Paese. Conseguentemente, il peso specifico della politica estera dipenderà da tale livello che sarà la diretta promanazione della strategia globale (prima citata) perseguita dalla Nazione e voluta dal governo, espressione della volontà popolare. Intervengono qui molteplici fattori che esulano dal contesto. Se ne citano alcuni solo per esemplificare: livello scientifico, quindi tradizione e potenziamento della selezione universitaria, della ricerca nel senso più ampio del termine; livello tecnologico, quindi efficienza, credibilità sui mercati internazionali, in sintesi reputazione discendente dai risultati ottenuti. E prima ancora: una politica estera adeguata e non ondivaga, come  ad esempio  accadde in occasione della mancata vendita di Fregate lanciamissili classe “Lupo” all’Argentina…

    4)L’analisi condotta dal Generale Canino proseguì con i sistemi di comunicazione e raccolta, elaborazione e scambio di dati informativi, fondamentali per consentire l’azione di Comando e Controllo delle forze. “In un comparto in cui la spinta al rinnovamento tecnologico è continua e l’obsolescenza si raggiunge in pochi anni, sembra indispensabile sfruttare appieno le possibilità offerte da tecnologie utilizzabili sia in campo militare sia civile, definite <dual-use>”.

“In definitiva - concludeva questa parte il Capo di Stato Maggiore -  la standardizzazione non consente soltanto  di semplificare il supporto logistico, ma anche di limitare la tipologia dei mezzi destinati ad assolvere una determinata funzione. Per i mezzi più complessi sarà indispensabile orientarsi decisamente ad una <filosofia di sviluppo> di esasperata ricerca della <modularità> del sistema. Ciò, oltre ad agevolare l’interoperabilità e la standardizzazione, faciliterà gli interventi di mantenimento e di aggiornamento parziale attraverso la semplice sostituzione della componentistica”.

“Il terzo blocco di linee guida, proseguiva il Generale, deriva dall’evidente constatazione che un’unità può esprimere la massima capacità operativa solo se tutti i mezzi di cui dispone sono in grado di fornire prestazioni dello stesso livello. Quindi, i reparti dovranno essere caratterizzati da <sostanziale uniformità tecnologica>. Uniformità da intendere come capacità delle unità dotate di mezzi con tecnologia della stessa generazione o, al limite, di generazioni differenti, ma affini, di fornire risultati operativi sostanzialmente omogenei. Ad esempio, in condizioni di visibilità ridotta non avrebbe senso far precedere una formazione corazzata dotata di visori di puntamento ad immagine termica (IRT) da unità esploranti equipaggiate esclusivamente con dispositivi di visione a intensificazione di luce (IL). Infatti, la tecnologia dell’IL, pur essendo <allo stato dell’arte> e della stessa generazione dell’IRT, fornisce prestazioni operative inferiori in determinate situazioni ambientali; pertanto, sarebbe come affidare ad un cieco la guida di un vedente. Dovrà poi essere raggiunto un giusto <equilibrio tecnologico> tra le parti vecchie e quelle sostituite nel corso dell’ammodernamento dei mezzi già in servizio, o come si dice in gergo, durante gli interventi di <refitting>”.

A quale livello di puntualizzazione fosse giunta l’analisi condotta dal Generale Canino lo si rileva da quanto qui riportato testualmente ( come tutte le citazioni virgolettate): “ Un intervento di <refitting> è però opportuno solo quando il sistema conserva una validità operativa intrinseca e dispone di un’adeguata <vita tecnica>. Cioè, solo se il gap tecnologico accumulato può essere effettivamente riassorbito. Questo, ovviamente, purché i costi rimangano competitivi rispetto all’acquisto del nuovo. Il <refitting> assunto come criterio di periodico <aggiornamento> dei mezzi consente un nuovo approccio nell’intera gestione dei materiali. Infatti, si potrà considerare a <regime> sul piano tecnico e operativo quando comprenderà due aliquote di mezzi la prima di nuova acquisizione e tecnologicamente aggiornata; la seconda, a <mezza vita>, ma di prossimo e graduale ammodernamento. Quest’ultima sarà poi la prima ad essere radiata e sostituita da una terza classe di mezzi che, nel frattempo, dovrà già essere in fase di Ricerca e Sviluppo”.

Non vi è dubbio che gli studi, le ricerche, le analisi condotte dal Generale Goffredo Canino nei circa tre anni e mezzo in cui è stato al vertice dell’Esercito italiano costituiscano un raro se non unico esempio di alta scuola, degna in tutto e per tutto di rappresentare un riferimento insostituibile in materia di Dottrina, di Organizzazione, di Applicazione concreta a livello di Stato Maggiore e di Formazione degli alti gradi. Senza dimenticare il peso specifico  nei riflessi governativi e parlamentari, completamente ignari in materia.

Se mai qualcuno avesse avuto dei dubbi sulla validità della <scelta>, i documenti li hanno spazzati via con la potenza di un tornado. I critici, i detrattori, i denigratori, i diffamatori, etc. sono semplicemente strame.

Nel 1992 il Generale Canino scriveva in un documento dedicato appunto alla “questione mezzi”: “Se le nuove funzioni ipotizzabili per lo strumento terrestre postulano una accentuata mobilità delle forze, allora sulla volontà di reperire le risorse necessarie per assicurare la mobilità, non solo in campo tattico, ma anche ai livelli operativo e strategico, verte gran parte della credibilità del ruolo che l’Italia intende ricoprire in ambito multinazionale”

Per quanto si riferiva ai livelli quantitativi, il Generale così ammoniva:

“In crisi di breve durata si potrà contare su quello che già è disponibile; anche perché l’industria non ha la capacità di accrescere la produzione in tempi ristretti. Considerata l’alta probabilità di impegni in crisi di tale genere se non si vuole continuare a <bluffare> occorre coraggio e volontà di cambiare schemi mentali consolidati. Se perciò lo spiegamento di parte delle forze deve avvenire, com’è previsto dalla NATO in tempi predeterminati e talora anche molto brevi, lo strumento logistico dovrà essere bilanciato e mobile in tutte le componenti. Il che vuol dire predisposto per moduli che consentano di riconfigurare rapidamente l’organizzazione. In questo senso,  proseguiva il Generale  - la razionalizzazione della catena funzionale logistica dovrebbe muovere, contemporaneamente, lungo due direttrici complementari e interagenti. La prima, tendente alla revisione dei principi ispiratori dell’organizzazione. La seconda, intesa a snellire, con interventi mirati, l’area della logistica di sostegno, oggi sminuzzata in centinaia di enti complessivamente poco produttivi”.

Capacità di trasferimento rapido oltremare di Reparti organici, sostenibilità dei medesimi: in questi termini si può sintetizzare il problema. Tuttavia prima dell’impiego si devono soddisfare precisi requisiti: disponibilità di Reparti addestrati ed equipaggiati per operazioni di guerra e non di semplice <presenza>; regole d’ingaggio precise (e non equivoche come purtroppo è accaduto sia in Somalia, sia in Afghanistan e in Irak), adeguato sostegno di mobilità strategica e tattica. E ancora prima: volontà di impiegarli.

In altre parole, il Generale Canino delineava una struttura di elevata efficienza ed efficacia. Tradotta in <soldoni>, tanto per essere chiari, il Generale spiegava che erano necessari: aerei plurimotori da trasporto, mezzi, sistemi d’arma, apparati di Comando e Controllo ed equipaggiamenti compatibili con quelli dei partners impegnati nelle operazioni, scorte sufficienti a sostenere l’impiego, Reparti ad elevato standard addestrativo e prioritariamente motivazionale per l’indispensabile rotazione.

Alla fine dell’analisi il Capo di Stato Maggiore stilava il seguente giudizio onde fornire alle competenti autorità governative e parlamentari un fattore di riferimento:

“Lo strumento di cui oggi disponiamo (1992, n.d.a.), per la maggioranza dei sistemi d’arma e la totalità degli equipaggiamenti, può essere considerato di 1^ generazione, con strutture ancora calibrate su una logica di confronto bipolare, <specializzate> nell’impiego sul territorio nazionale. Salvo alcuni rari casi di eccellenza, il nostro è un Esercito medio degli anni ‘70”.

Sono trascorsi quindici anni, ma la situazione sostanzialmente non è mutata. Nel 1992 il Generale osservava: “ Gli Eserciti dei paesi occidentali sono organismi molto più efficienti e moderni”. Si riferiva a Germania, Francia, Regno Unito, ma senza scartare Spagna, Belgio, Olanda Svizzera, Austria, pur con le dovute proporzioni relativamente agli ultimi quattro Paesi.

Il Generala auspicava: “La disponibilità di risorse e la stabilità dei bilanci”, caratteristiche mai garantite, da governo e parlamento, alle Forze Armate e segnatamente all’Esercito.

Vi sono dei parametri rigidi nelle valutazioni dei mezzi e degli apparati, dai quali non si può prescindere se non si vuole compromettere l’affidabilità dei Reparti e l’efficacia della Forza Armata nel suo insieme.

Ci si riferisce all’indicatore del grado di vetustà del parco (mezzi), cioè  il parametro gestionale <vita tecnica> che caratterizza ogni materiale e che, mediamente, è dell’ordine dei vent’anni (si legge nel documento elaborato dal Generale).

“ Superata la vita tecnica, il materiale va sostituito a prescindere dalla sua validità operativa residua. Tale parametro rappresenta soltanto un dato connesso all’efficienza meccanica del materiale, ma se il sistema viene introdotto con tecnologie non aggiornate, perderà sicuramente il suo valore operativo molto prima di esaurire la propria vita tecnica. Per contro, forzate estensioni della <vita tecnica> sono fortemente penalizzanti sui piani economico-finanziario e della sicurezza, poiché producono incrementi delle spese ordinarie di funzionamento a tutto detrimento dei programmi di investimento”.

Quale la conclusione concettuale?

 “Complessivamente  affermava il Generale Canino  in un arco di dieci anni a partire da ora (1992, n.d.a.), sarà necessario ammodernare e rinnovare il 45% del parco. Ma questo non per raggiungere tassi esaltanti di sofisticazione tecnologica. Solo per avere macchine che funzionino. In un arco di altri 10 anni, cioè entro il 2012, tutti i materiali attualmente in dotazione all’Esercito dovranno essere cambiati”.

E precisava: “Stiamo parlando di sostituire qualcosa come 900 carri armati, 2.000 veicoli da combattimento per la fanteria, diverse decine di migliaia di armi individuali e di reparto e 200 elicotteri. E poi di introdurre ex novo oltre un migliaio di blindati di vario tipo, sessanta lanciarazzi, un centinaio di elicotteri da combattimento e scout. Qualche centinaio di sistemi d’arma contraerei ed una moderna rete di sistemi di Comando, Controllo ed Informazione. Questo, naturalmente, limitandoci ai sistemi d’arma più noti. L’obiettivo finale, precisò ancora il Generale Canino, non è un parco integralmente composto da mezzi di ultima generazione, ma una linea stabilizzata su due generazioni di sistemi entrambe operativamente valide, da aggiornare con gradualità e continuità”.

“Nell’immediato, ammoniva il Generale, ogni sforzo dovrà essere indirizzato a contenere i tempi di introduzione di sistemi consolidati. Con specifico riferimento ai <Moltiplicatori di Forza>”. (sopra citati, n.d.a.)

Il pensiero era sintetizzato con le seguenti parole: “Il momento più delicato per la politica dei materiali dei prossimi vent’anni è comunque l’attuate (anno 1992, n.d.a.). Infatti, in assenza di un tempestivo rinnovamento strutturale, il declino non potrà che divenire irreversibile”.

Vi era un  altro aspetto non secondario: “Perdurando l’attuale situazione finanziaria, l’Esercito non è più in grado di svolgere alcuna funzione di sostegno e di promozione nei confronti dell’industria nazionale”.

ESERCITO e INDUSTRIA

Si accennato al concetto di strategia globale. Oltre le definizioni cui si è fatto riferimento, essa necessita di ulteriori precisazioni: la strategia  globale assume l’esatta configurazione quando è integrata da Politica estera e interna, Scienza e tecnica, Economia e industria, Psicologia e ideologia e naturalmente dai mezzi e dalle possibilità militari. Secondo il generale Baeufre (in “Introduction à la stratégie”) “Strategia è l’arte di far valere il potere nella realizzazione degli obiettivi politici”.  

Nel 1991 con il titolo <Nuovo modello di difesa. Fine di un  Esercito?> apparve uno studio di oltre duecento pagine articolato sui seguenti argomenti: Disarmo unilaterale, Un “modello insufficiente”, L’orgoglio dell’Airone (la partecipazione italiana alla missione multinazionale in Kurdistan, n.d.a.), Che cosa c’e da difendere, Identikit di un Esercito, Indagine sull’Esercito del 2000.

Ispirato dallo Stato Maggiore, ma scritto da un giornalista non militare, il lavoro conteneva una corposa documentazione tra cui il testo dell’intervento del Capo di Stato Maggiore, generale Goffredo Canino, all’inaugurazione dell’Anno Accademico della Scuola di Applicazione di Torino. Tra le fonti “Esercito e Volontari”, “Uomini, le risorse umane del nuovo modello di difesa” (autore il Generale Canino), Atti Parlamentari - X Legislatura Camera dei Deputati, Commissione IV (Difesa)  Indagine conoscitiva sull’evoluzione del problema della sicurezza internazionale e sulla ridefinizione del nuovo modello nazionale di difesa”.

Si vuole evidenziare lo sforzo inteso ad affrontare in termini ampi e documentati un argomento ancora oggi (2007) in essere, pur in presenza del superamento (temporaneo…) del servizio di leva.

Nella quarta di copertina del libro citato  si leggeva, in conclusione: “Le domande di fondo sono le seguenti: chi deve garantire la sicurezza? Le tesi, le ipotesi, i dibattiti o i cittadini? E quali sono i limiti al di sotto dei quali la difesa non offre più le indispensabili garanzie?”

Nella fase dell’allestimento tipografico di quel libro si ebbe a verificare un episodio curioso: quale copertina utilizzare? Un’immagine emblematica, di alto significato morale e storico, propose la Responsabile della ricerca iconografica, qualcosa, aggiunse, che colpisca l’anima dell’Esercito, che lanci un messaggio profondo. E mostrò una fotografia veramente suggestiva: un binomio entrato nella leggenda, l’Alpino e a fianco il Mulo. La scelta non ebbe accoglienza. La fotografia fu pubblicata all’interno.

Altro episodio riguardò il titolo: Fine di un Esercito, era il più autentico, riflettendo la realtà. Lo Stato Maggiore volle il punto interrogativo, non cogliendo il significato ancor più inquietante insito in quel segno d’interpunzione.

Le oltre duecento pagine de “Nuovo modello di difesa. Fine di un Esercito?” recava, quale premessa concettuale, una citazione tratta dall’opera di Karl von Clausewitz.: “La guerra non è sempre il risultato di una libera decisione politica, e lo è tanto meno quando vi è grande squilibrio di forze”.

Il Generale Canino in materia di equilibrio delle forze e di affidabilità dei materiali affermava: “Da un punto di vista squisitamente pragmatico, quello che conta per la Forza Armata è l’efficienza dello strumento”. E così chiariva il concetto: “Quindi potrebbe essere indifferente sapere se i sistemi d’arma vengano prodotti o coprodotti o fabbricati su licenza ovvero acquisiti in blocco all’estero, purché  il tutto avvenga

ottenendo nei tempi voluti, il miglior rapporto efficacia/costo. Ma non è evidentemente possibile proporre soluzioni in palese contrasto con gli interessi economici, imprenditoriali e occupazionali del Paese. Né sarebbe consigliabile perseguire una politica approvvigionativa  deleteria per l’immagine e il prestigio tecnologico dell’industria nazionale. Anche perché l’industria della difesa costituisce o dovrebbe costituire uno dei poli su cui si fonda il potenziale militare di uno Stato che non accetti di interpretare un ruolo esclusivamente da comparsa sul piano internazionale. Esistono, quindi, nella politica dei materiali dei condizionamenti di cui occorre, responsabilmente, tener conto. Quello che importa, però, è che alla fine l’Esercito possa realmente acquisire, in Italia, equipaggiamenti, sistemi d’rama e relativo supporto logistico tecnologicamente adeguati pagandoli ad un equo valore di mercato. Questo, in definitiva, è cosa vorremmo dall’industria”.

Tuttavia rilevava il Capo di Stato Maggiore, “Sembra una richiesta semplice, ma ad essa, molto probabilmente, il comparto industriale non è oggi (1992, n.d.a., ma nulla di diverso nel 2007…) in condizione di rispondere in modo soddisfacente. Anche perché molto spesso i costi aggiuntivi, che incidono pesantemente sulla produttività nazionale, servono proprio al mantenimento della stessa base industriale. Anche in questo settore  suggeriva il Generale Canino  si renderanno allora necessari sostanziali correttivi che, per non rimanere mero esercizio concettuale, dovranno essere pianificati a partire da una realistica presa di coscienza della situazione in cui versa l’intero comparto industriale della difesa in ambito nazionale ed europeo”.

Con un linguaggio essenziale si poneva in controluce la trasparente inadeguatezza delle linee operative dei governi succedutisi negli anni riguardo alla Difesa e all’indispensabile <supporto> industriale e prima ancora tecnico-scientifico. Si erano trascurate, per interminabili, logoranti decenni, sia le potenzialità intellettuali, sia quelle progettuali come pure le opportunità offerte da un mercato internazionale nel quale con una procedura diplomatica accorta ci si sarebbe potuti inserire, non come sub-appaltanti per concessione statunitense, ma almeno come comprimari. Inutile oggi (2007) leggere che un’industria nazionale è leader mondiale nelle artiglierie navali. Naturalmente sarebbe stata necessaria una politica adeguata. Tuttora inesistente.

Si ricordano, nei primi anni ’90 del secolo scorso, i convegni, i simposi, i dibattiti concernenti, appunto, l’industria della difesa e le possibili prospettive delle collaborazioni europee. Esercizi concettuali, dialettici, indubbiamente interessanti, ma sterili di fronte alla mancanza ( e al rifiuto) di una strategia della Difesa e del ruolo internazionale dell’Italia, costretto nelle dimensioni  asfittiche imposte da scelte autolesionistiche e sostanzialmente equivoche, ispirate a una (allora) sotterranea ostilità nei confronti degli Stati Uniti e dell’Occidente in generale.

Qualora sorgessero dei dubbi, sarà sufficiente segnalare che ancora nell’ottobre 2007 nell’ambito delle discussioni e delle procedure parlamentari inerenti la Legge Finanziaria, la Commissione Difesa bocciava il testo predisposto dal governo per quanto atteneva le Forze Armate osservando che la Finanziaria attribuiva alla Difesa un ruolo inferiore al minimo fissato dalle Norme vigenti in materia. In parole povere, gli stanziamenti previsti avrebbero ulteriormente impoverito e umiliato le Forze Armate. Nonostante circa diecimila Uomini fossero impegnati in operazioni multinazionali oltremare.

Aveva torto il Generale Canino nel denunciare di fatto, l’accanimento politico, mediatico e parlamentare?

Quale senso avrebbe, oggi, parlare di industria della difesa quale “polo” a supporto del potenziale militare, elemento di prestigio nel consesso internazionale a similitudine di quanto si verifica, ad esempio in Francia e nella neutrale, pacifica e ricca Confederazione elvetica?

 

Sarebbe necessario tornare con la ricerca e le riflessioni alle linee concettuali di Generali come Rommel, von Manstein, Patton, O’Connor ( e non altri) onde disporre di riferimenti effettivi quanto a organizzazione, strutture, materiali, metodologie di addestramento e predisposizioni e criteri operativi. Forse si comprenderebbe quanto validi e indispensabili fossero gli studi e le proposte del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito elaborati tra il 1990 e il 1993.

Il Generale Canino aveva predisposto un vero e proprio trattato dottrinario e metodologico. Ha commesso l’errore di ritenere fosse suo dovere etico e professionale sottoporre al governo una analisi corretta.

I cortigiani, i lacchè sono preferiti.

Due concetti espressi dal Generale inducevano (o avrebbero dovuto indurre) a considerazioni opportune  (ovviamente trascurate se non ritenute infondate…):

“I fondi per la Difesa non consentono più un sostegno smaccatamente protezionistico della produzione (di sistemi e apparati militari, n.d.a.) nazionale”.

“Il quantitativo minimo di forze e di materiali è già stato raggiunto e ulteriori riduzioni delle forze operative renderebbero inutile continuare a sostenere i costi di una struttura che non sarebbe più in condizione di assicurare la dissuasione e di difendere l’integrità stessa dello Stato”.

Le recenti risultanze del dibattito parlamentare sulla legge finanziaria per il 2008, di cui si è fatto cenno, confermano il trend politico nei confronti delle Forze Armate, accreditando, a posteriori, la validità delle previsioni e delle analisi dell’allora Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Canino.

Un livello scientifico e tecnico almeno simile ai maggiori partners europei è condizione irrinunciabile se si vuole avere peso politico e tecnologico nel sistema delle alleanze e nelle sia pur lontane prospettive di una qualche integrazione difensiva dell’Unione Europea. Tenuto anche conto dell’ampliamento, non proprio opportuno, dell’UE e delle ambizioni non nascoste di alcuni dei nuovi inquilini (Polonia, innanzi tutto…).

Già nel 1992 il Generale Canino intuiva l’esigenza di costruire “una nuova solida base industriale e tecnologica della Difesa” individuando nella creazione di consorzi nazionali e internazionali “che possono ovviare alle carenze <sistemistiche> di una base industriale frammentata e con bassa dimensione d’impresa”

Subito dopo il Generale precisava: “In ambito nazionale ciò sarà possibile a condizione di superare la logica della <spartizione delle commesse>, per esprimere una effettiva volontà di mettere in comune le aree di eccellenza, evitando duplicazione di progetti e realizzando vere sinergie tra i partecipanti”.

E per l’orizzonte internazionale: “Nel campo della cooperazione internazionale, è auspicabile l’allargamento della filosofia del <giusto ritorno>, estendendo le compensazioni da un singolo sistema ad intere famiglie di progetti, allo scopo di trarre il massimo beneficio dall’apertura dei mercati europei, pur tutelando e stimolando i settori più promettenti dell’industria nazionale con una strategia di valorizzazione mirata del nostro patrimonio tecnologico”.

Ne derivava: “Se tali condizioni non dovessero verificarsi, al di là delle conseguenze sull’occupazione e sullo sviluppo del comparto, l’industria nazionale della difesa non sarà assolutamente in grado di soddisfare i crescenti bisogni di rinnovamento dell’Esercito. Ed allora, per garantire l’efficienza dello strumento sarà necessario rivolgersi in misura crescente al solo mercato estero, ovvero, se neppure questo sarà possibile, bisognerà accettare la minore efficienza dello strumento militare italiano come un fatto congenito ed immutabile”.

Nello scenario culturale italiano la strategia non ha mai goduto di sufficiente attenzione e per strategia non si intende solo quella militare, ma ci si riferisce alla metodologia concettuale tesa al conseguimento di un determinato obiettivo, al suo mantenimento, rafforzamento e adeguamento alle mutevoli condizioni scientifico-economico-finanziarie da cui dipendono le scelte e le decisioni tattiche, preminentemente governative. Se la strategia è orfana di ricerche e di studi, altrettanto si deve dire dell’organizzazione ad essa deputata. Un fenomeno di causa ed effetto. Antica e consolidata consuetudine vede il nostro Paese tributario di ricerche e analisi di provenienza straniera o estera che dir si voglia. Pur possedendo livelli scientifici, tecnici e tecnologici prioritari non solo non ci si è dimostrati capaci di utilizzarli come opportuno, ma addirittura si è giunti a disfarsene o ad accantonarli e ad abbandonarli. Gli esempi, per quanto possano valere, sono numerosi e qui se ne  elencano alcuni, quando sarebbe invece necessario e utile dedicarvi una ricerca cronologica: cantieristica, settore motociclistico, comparto della produzione di televisori a colori, industria aeronautica e, prima ancora, elettrotecnica ed elettronica, quando il termine <elettronica> non era ancora stato creato (anni ’30 del secolo scorso).

Il Generale Goffredo Canino, contravvendendo alle regole non scritte, ma dominanti, in questo che un tempo era definito da poeti e scrittori stranieri “Il Bel Paese”, ha fatto tra l’aprile 1990 e l’ottobre 1993 una <disanima  chirurgica> del comparto della Difesa con particolare riferimento all’Esercito, quale Capo di Stato Maggiore della Forza Armata, sia a riguardo della “Dottrina” (si veda il testo apposito, pubblicato in questo medesimo Sito Internet), sia  nelle presenti note - dei  materiali (sistemi d’arma, mezzi, apparati, equipaggiamenti), sia, infine, in merito ai criteri generali della Logistica. Senza dimenticare la standardizzazione e la cooperazione multinazionale, quando si era all’<alba> di una nuova <politica> di interventi militari a supporto e garanzia di fragili tregue, della soluzione o del contenimento delle crisi e, non ultimo, quale deterrente  e dissuasione a fronte di tensioni e inneschi di violenza. Il <campionario> è vasto e tuttora in aggiornamento…

Uno studio  quello del Generale Canino -  complesso, articolato, esaustivo che tuttavia ha trovato davanti a sé il deserto, il vuoto, con oscuri e repellenti buchi neri dove si annidavano e ancora si occultano avvoltoi ripugnanti. Intrighi presidenziali, trappole ministeriali, congiure, cadute mediatiche, il tutto con il contorno di  dicerie, invenzioni e diffamazioni partorite da una signora dall’incerta credibilità: queste le risposte alle argomentazioni affrontate e sviscerate dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito in quegli anni cruciali e che il tempo ha dimostrato non solo esatte, ma fortemente anticipatrici.

Gli studi del Generale Canino lucidamente, intelligentemente, tenacemente, hanno precorso i tempi.

Il che, negli avvoltoi, nei cortigiani, nei lacchè dopo il disagio, l’invidia, la gelosia, si è tramutato in odio.

I Lettori, auspicabile ve ne siano, potrebbero osservare: quante belle o noiose parole, ma in concreto quale sarebbe dovuta essere, per il Generale Goffredo Canino, l’organizzazione deputata a garantire la Sicurezza interna ed esterna della Nazione?

Su quali strutture e compiti si sarebbe dovuta articolare?

In conclusione di queste note, ecco la risposta.

“In una interpretazione estensiva del concetto di sicurezza militare, la difesa italiana dovrebbe evolvere lungo linee di aperta collaborazione internazionale e di proiezione verso impegni esterni di sicurezza. Si tratterebbe, quindi, di una evoluzione, di un cambiamento di corso, ispirati da una nuova consapevolezza politico-strategica. Un simile processo evolutivo presuppone la necessità di configurare chiaramente ed esattamente gli organi decisionali responsabili della realizzazione e della gestione del progetto. Tale presupposto è talmente determinante da imporre una chiara esplicitazione. Esso riguarda quattro livelli.

Primo Livello: Si identifica con i vertici decisionali politici preposti a rappresentare inequivocabilmente la filosofia di sicurezza che la Nazione intende esprimere  (Parlamento, Governo, Consiglio Supremo di Difesa). Ad esso compete la precisa definizione delle linee di indirizzo politico-stratagico indispensabili per configurare qualunque sistema di sicurezza nazionale.

Secondo Livello: La linea politico militare nazionale deve anche trovare saldatura e raccordo a livello decisionale derivato ( ad es.: Comitato Politico-Strategico) che, posto alle dipendenze del Capo dell’Esecutivo, prevenga l’attitudine delle varie amministrazioni dello Stato (Difesa inclusa) a gestire autonomamente le crisi e l’emergenza.

Terzo Livello: La responsabilità della trasformazione del disegno politico della sicurezza militare, in una precisa organizzazione delle forze, deve, inoltre, risiedere in un’adeguata struttura di vertice militare. Tale livello decisionale (Stato Maggiore della Difesa/Stati Maggiori di Forza Armata) deve essere posto in grado di tradurre in compiti e missioni gli in dirizzi di carattere politico-strategico del primo livello e di gestire con criterio unitario e sinergico lo strumento militare conseguente.

Quarto livello: L’attività degli Stati Maggiori di Forza Armata, infine, non può che concretarsi, a sua volta, in un ulteriore livello decisionale cui competa l’impiego operativo delle forze e in cui il Comandante “in posto” reciti un ruolo irrinunciabile e non delegabile.

La piena operatività e la completa assunzione di responsabilità dei livelli sopra indicati rappresentano la premessa indispensabile per ogni seria ipotesi evolutiva del sistema di sicurezza militare nazionale. E’, peraltro, evidente che tali livelli decisionali necessitano, per poter operare compiutamente ed efficacemente, di un affidabile e sofisticato sistema di Comando, Controllo e Informazione e tutto questo  può apparire costoso e di complessa realizzazione. Ma ciò non autorizza ad operare un disinvolto accantonamento nel limbo dei falsi problemi”.

“Il non tener conto di questi fattori ( e di quanto altro analizzato, n.d.a.) potrebbe creare illusioni estremamente pericolose sia per la sicurezza nazionale, sia per la vita di migliaia di uomini che potrebbero essere chiamati a garantirla”.

SOMMARIO

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