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GENERALE GOFFREDO CANINO

LA FORZA DELLA RAGIONE

La Rivista Militare, portavoce ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, nel numero 5 - Settembre/Ottobre 2006 - pubblica una lettera del Direttore in risposta ad un Lettore che chiede quale sia stata la conclusione della vicenda del Generale di Corpo d’Armata Goffredo Canino, che ha rassegnato le dimissioni da capo di Stato Maggiore nell’ottobre del 1993. Recentemente il nostro Sito ha dedicato un <pezzo> all’argomento e la coincidenza offre l’occasione per affrontare alcune tematiche che ebbero nel Generale Canino l’ideatore, il promotore e l’energico sostenitore.

Preliminarmente riproduciamo la risposta della Rivista Militare, una implicita ammissione - anche se tardiva e inadeguata - dell’indifferenza, del disinteresse, del distacco e dell’ambiguo imbarazzo con i quali l’entourage militare nel suo complesso, e quello dell’esercito in particolare, <visse> (o, se si preferisce, subì da <spettatore di pietra>) la vicenda che vide il numero uno della Forza Armata obiettivo, bersaglio di una velenosa, concentrica e premeditata campagna diffamatoria, la cui matrice e la cui regia si celano ancora oggi. Una infame offensiva smascherata solo dalla tenace, implacabile reazione del Generale. Le sentenze dei Tribunali hanno sancito le condanne di quanti si resero responsabili della diffamazione e della denigrazione a danno del Generale Canino. Tuttavia i mezzi d’informazione, agenzie di stampa, emittenti radio-televisive, quotidiani, periodici, testate militari, si sono ben guardati dal dare titoli e spazio alle numerose sentenze dei Tribunali a favore del Generale Canino, contrariamente a quanto accadde, sulla cosiddetta stampa d’informazione, nel pieno della campagna diffamatoria, nel 1993. Una palese e incontrovertibile dimostrazione di quanto sia flessibile lo spessore dei principi etici e di come siano intesi e applicati l’obiettività e la <completezza dell’informazione> da parte dei mass-media italiani.

La resipiscenza dello Stato Maggiore dell’Esercito, espressa con la lettera qui riprodotta, non cancella tredici anni di <assordante silenzio>, di ferrea irresolutezza e di indeflettibile ritirata strategica.

Nel periodo in cui il Generale Canino ricoprì l’incarico di Capo di SME si ebbero situazioni internazionali fortemente critiche (Aprile 1990 - Ottobre 1993), tra cui guerra e dopoguerra nel Golfo, Balcani, Somalia, con partecipazione italiana di primo piano. Tra le altre problematiche sul tappeto: la trasformazione strutturale della Forza Armata, la questione dell’esercito di mestiere e le donne nell’esercito. Sono sufficienti questi cenni per inquadrare e dimensionare il <clima> nel quale il Generale Canino si trovò ad agire. Lungi dall’indulgere in esercizi di tattica meditativa, il nuovo Capo di SME, unendo concezione e azione, affrontò le varie questioni individuando e attuando con la dovuta gradualità i percorsi necessari e irrinunciabili, onde assicurare, pur in condizioni di estrema ristrettezza di bilancio, a causa dei limiti imposti dal <dopo crollo dell’Unione Sovietica e dissolvimento del Patto di Varsavia> e fortemente voluti dal governo, l’operatività della Forza Armata, enucleando dal coacervo dei problemi, scaturiti anche dall’impasse della NATO, dalla smobilitazione di fatto, politica innanzi tutto, e dalle conseguenti corse ai <dividendi della pace>, le questioni essenziali al fine di localizzare le coordinate entro le quali assemblare la nuova configurazione dell’Esercito italiano.

I cardini sui quali articolare il lavoro da affrontare si possono così sintetizzare: Regole, Principi, Dottrina, Criteri di selezione , preparazione, formazione, motivazione, addestramento di Ufficiali, Sottufficiali e Truppa, dimensione, organizzazione delle Forza Armata, tenuto conto dei limiti di bilancio, dei compiti e delle prospettive d’impiego alla luce dei nuovi scenari.

Il “nuovo modello di difesa” è stato l’argomento dominante nei primi anni ‘90 del secolo scorso. Le varie formule e soluzioni sperimentate, adottate non si sono rivelate soddisfacenti e funzionali e ancora oggi - dopo tanti anni dedicati a studi, pianificazioni, riduzioni, chiusura e abbandono di caserme e siti, eliminazione di grandi unità e di reggimenti, dopo accorpamenti e snellimenti, il “nuovo modello di difesa” è vago e inespresso, anche se la <famigerata> leva è stata soppressa e si è passati - non senza affanni - all’esercito di mestiere con l’arruolamento delle donne.

Nei lunghi e pesanti anni della guerra fredda, mentre gli specialisti della guerra psicologica manovravano la psicosi del terrore nucleare e blandivano le masse con il pacifismo e i <fronti di liberazione>, organizzati, indottrinati, addestrati, finanziati e pilotati dal Cremino dilagavano nei quattro punti cardinali, le forze armate italiane sono state il bersaglio privilegiato di intense campagne demolitrici, unitamente alla cosiddetta pubblica opinione, aggredita diuturnamente dal disarmo morale, inoculato in over-dose.

Nel frattempo - entro la cornice di sicurezza garantita dall’ombrello nucleare americano - l’Italia, come il resto dell’Europa occidentale - si pasceva nel benessere e nella tranquillità dei propri affari. Le due facce della <guerra fredda>.

Le spese militari erano considerate degli sprechi, le forze armate un’accozzaglia di parassiti.

Il brusco risveglio si ebbe quanto gli Americani, senza troppi riguardi, informarono il governo che la ricreazione era finita. Da quel momento (primi anni ‘90 del secolo scorso) anche l’Italia dovette armarsi, con quello che aveva, e partire per ogni dove le crisi minacciavano di tramutarsi i aperti conflitti e dove gli interessi politici prevalevano. Il pensiero politico-militare escogitò e <nobilitò> il “Peace-Keeping”, gli interventi multinazionali clamieratori delle crisi. Questi, sovente, si sono rivelati insufficienti. Ne è seguita la procedura del “Peace-Enforcing”, l’imposizione della pace con la forza. In sostanza, interventi della forza militare, azioni di guerra.

Dal 1991 le azioni di tale natura si sono moltiplicati e l’esercito italiano ne è coprotagonista: dopo il Libano nel 1983, i Balcani, l’Albania, la Somalia, il Golfo, il Mozambico, il Kurdistan, l’Irak, l’Afghanistan, il Kossovo…Da alcune settimane (si scrive nell’ottobre 2006) si è avviata l’Operazione Leonte, in Libano.

Il Generale Canino, succeduto al Generale Corcione, assunse l’incarico di Capo di SME nel periodo più delicato della vicenda politica internazionale seguita alla fine del duello tra le due superpotenze. Le contraddizioni stridevano: da un lato il dissolversi della minaccia dall’Est agiva da evaporatore dell’impegno difensivo e da liquidatore coatto dello strumento militare all’uopo costruito e alimentato (prevalentemente nella componente terrestre), dall’altro il Parlamento era decisamente orientato a tagliare massicciamente gli stanziamenti di bilancio per la Difesa, in primis quelli dell’esercito. La febbre del disarmo, mai totalmente spenta e tuttora serpeggiante, divenne un’epidemia nonostante nubi di guerra si addensassero sempre più cupe sui Balcani, nel Golfo, mentre tra palestinesi e israeliani continuava la secolare sanguinosa faida. Sullo sfondo l’immigrazione clandestina e i suoi contenuti speculativi proponeva ulteriori elementi di tensione in un bacino del Mediterraneo sempre più turbolento.

In uno scenario così composito, nel quale si intersecavano e sovrapponevano tesi e proposte provocatorie (disarmo unilaterale, trasformazione dell’esercito in milizia, rinuncia alla produzione industriale militare, divieto di esportazione di materiali militari et similia…) nonché ristrutturazioni capestro (riduzione drastica delle forze di terra a vantaggio della componente marina militare, in quanto, caduta la minaccia sovietica, si accentuava quella dl Mediterraneo), il Generale Canino si trovava a dover fronteggiare un’offensiva a 360 gradi con il rischio di vedere ulteriormente assottigliate le già misere risorse di bilancio con quali conseguenze sull’efficienza e l’efficacia  dell’esercito è facile intuire, anche in una proiezione di politica estera.

Da quanto precede risulta evidente  il valore concettuale e dottrinario del pensiero militare del Generale Canino elaborato in quel periodo (1990) e di cui si dir più avanti.

In precedenza i vari capi di SME svolgevano un ruolo notarile-ragionieristico: una gestione meramente amministrativa dell’esistente, un mantenimento al minimo livello dell’addestramento con prontezza operativa assicurata da un numero esiguo di reparti.

 In effetti l’apparato difensivo si concretizzava in una organizzazione  puramente logistica territorialmente finalizzata a supportare, entro certi limiti,  forze esterne della NATO in rischiaramento in presenza di contrasto ad azioni offensive del Patto di Varsavia. Le sole unità selezionate e schierate nel Nord-Est a fronte di quello che era di fatto il segmento della <cortina di ferro> gravante sul nostro territorio, al confine orientale, avrebbero avuto un ruolo di primo ostacolo. La situazione strategica emersa dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, seguito al prologo, il crollo del Muro di Berlino, richiedeva la disponibilità di un esercito non più ancorato solo al territorio, non più dedito a compiti dissuasivi quale avanguardia del potenziale aviotrasportato della NATO, non più sentinella confinaria, forza passiva, frangiflutti di una possibile (e in certi momenti probabile) invasione delle divisioni corazzate, avioportate e motorizzate del Patto di Varsavia. Era necessario disporre, il più rapidamente possibile, di una forza flessibile tatticamente e logisticamente, estremamente mobile, aeroportata, con un’aliquota anfibia consistente. Una forza supportata da elicotteri, da velivoli da attacco al suolo, mezzi controcarro ad ala rotante,con sistemi avanzati per il controllo del teatro d’operazioni. Una panoplia sino a quegli anni quasi del tutto  assente nell’arsenale italiano.

Quale fosse il rateo di sensibilità politico-parlamentare e governativa nei riguardi della Difesa lo rivela un episodio accaduto nel 1986.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Luigi Poli, chiese ad un giornalista suo amico di scrivere un articolo su una rivista specializzata per evidenziare i requisiti del sistema missilistico controcarro “Milan”, con l’obiettivo di utilizzare lo scritto per destare dal torpore il governo e le Commissioni Difesa di Camera e Senato, onde favorire l’iter di acquisizione del sistema d’arma, stante il vuoto in quel settore vitale della difesa.

Vent’anni dopo, 2006, a seguito di innumerevoli processi di riordinamento, ridimensionamento, soppressione di enti, comandi e reparti, abolizione della leva, passaggio al servizio volontario, operazioni all’estero, la situazione dell’esercito italiano permane confinata in un’area critica.

Eppure il 19 giugno 1990 l’audizione del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito presso la IV Commissione della Difesa della Camera dei Deputati fornì i parametri di un Esercito funzionale, efficiente ed efficace. Purtroppo il disegno programmatico elaborato e illustrato in quell’occasione dal Generale Canino non fu recepito, come pure furono ignorate le precise e argomentate cause dell’inefficienza sino ad allora emersa.

In sintesi, riprendendo dal documento parlamentare:

Il morale dei Quadri viene continuamente insidiato dal disinteresse diffuso per i propri problemi sia generali, sia particolari che attengono ai bisogni essenziali. I pochi provvedimenti legislativi che vengono approvati, peraltro, arrivano quasi sempre a rimorchio di quelli già adottati per il perdonale civile”.

La direttiva del Ministero del Tesoro impone una disponibilità di risorse per il 1991uguale a quella del 1990 e questo avrà incidenze negative sulla efficienza e sulla capacità operativa dell’Esercito”.

In sostanza il 1991 vedrà le disponibilità finanziarie per l’ammodernamento ed il rinnovamento ridursi del 20% circa rispetto a quelle del 1990”.

Da ciò consegue una pesante erosione dell’unica vera area discrezionale che è quella dei programmi di ammodernamento e rinnovamento”.

Questa nuova critica situazione imporrà lo slittamento di programmi già operanti e l’annullamento di altri prioritari con gravissimi riflessi anche di carattere industriale”.

Si mette  in discussione l’Esercito e ciò che esso rappresenta e si chiede ai giovani di indossare l’uniforme per difendere un’entità astratta, senza fisionomia, senza identità:l’Europa… In pratica si è ignorato il consenso”.

Tra i paesi cosiddetti paritetici, l’Italia è quello con l’esercito meno attrezzato e meno efficiente. La politica della lesina ha dato i suoi frutti”.

Risulta sempre più necessario e urgente un esercito credibile e ciò comporta risorse proporzionali. Altrimenti l’Italia diverrà un paese a sovranità limitata. Con tutti i requisiti dei nobili decaduti. Senza quello essenziale: la dignità”.

Sono trascorsi tredici anni dalle dimissioni del Generale Canino dall’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, sedici dalla sua audizione parlamentare. La situazione dell’Esercito è sempre miseramente tragica. L’analisi e le proposte dell’allora Capo di SME, cestinate nel 1990, si ripresentano oggi identiche, con le medesime lucidità, chiarezza, puntualità acutezza e competenza.

Una recente analisi condotta dal Generale Canino, a conferma, se ve ne fosse bisogno, della sua costante attenzione sulle problematiche della Difesa e dell’Esercito, sulla lungimiranza e sull’attualità del suo pensiero, pone il luce la realtà estremamente negativa perseguita e raggiunta dai circoli politico-parlamentari e governativi con gravissimo nocumento del ruolo internazionale dell’Italia e con pregiudizio dell’efficienza della Forza Armata.

Il documento elaborato dal Generale Canino reca la data del 9 Agosto 2006 e si propone di “fare breccia nel muro di ignoranza e di insensibilità, sui temi militari, di buona parte del nostro popolo e, soprattutto, dei suoi rappresentanti in parlamento, che, al riguardo, salvo qualche rara eccezione, sono assolutamente “bipartisan”. “Occorre considerare che, questi ultimi, dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) avere il potere e il dovere di provvedere”. “Sono  noti i macroscopici “tagli” che sono stati apportati ai bilanci della Difesa, a partire dalla caduta del Muro di Berlino allorché da tutti, con forza, si reclamavano i “dividendi della pace”. Ma la pace, nel mondo, non era affatto scoppiata. Anzi i conflitti locali, anche in Europa, si sono moltiplicati e questo “trend” purtroppo è in continua ascesa”.

L’Italia in questi anni è stata molto attiva nel campo della politica estera, intervenendo massicciamente, a sostegno della stessa, con contingenti militari composti soprattutto da forze di terra. E ciò per non essere da meno, sul piano internazionale, rispetto a Francia, Gran Bretagna e Germania, cioè per contare qualcosa. E’ stata anche inventata - in sintonia con il “buonismo” imperante - la foglia di fico del “Soldato di Pace”! Ma il soldato è sempre un uomo armato e le armi sono fatte per la guerra, anche se solo per difendersi. Gli Uomini dell’Esercito, in questi anni, a supporto della politica estera del nostro Paese, hanno svolto un lavoro encomiabile. Hanno subito anche delle perdite non irrilevanti, ma queste, anche se dolorose, fanno parte dei rischi accettati da chi svolge la nostra professione. Quello che invece ci tormenta e ci offende è il fatto che il nostro impegno, malgrado le difficoltà oggettive che affrontiamo, venga ricambiato da una parte dei nostri connazionali e soprattutto dalla classe politica, con sufficienza (eufemismo), l’indifferenza e, magari, l’ipocrisia in occasione dei funerali di Stato. Basta vedere la ridicola, se non fosse tragica, discussione parlamentare sul rifinanziamento delle missioni in Irak, Afghanistan ed altri luoghi. Sembra che ai militari venga concesso un regalo, che gli stessi militari debbano giustificare la loro esistenza, che debbano illustrare e dimostrare l’utilità del loro lavoro. Incredibile! L’esistenza dell’Esercito e di tutte le Forze Armate è alla base della stessa esistenza di uno Stato e della sua sovranità e non devono essere i militari a dimostrarlo”.

Il documento stilato dal Generale Canino passa poi ad affrontare il bilancio di previsione della Difesa per l’esercizio finanziario 2006 approvato dal Parlamento.

All’origine “si identificava con lo 0,85% del PIL (Francia, 1,74; Gran Bretagna, 2,18; Germania 1,10) All’Esercito era andato circa un quarto delle risorse. Questa parte che è toccata all’Esercito, nel corso dell’esercizio, nell’intento di alleggerire la spesa pubblica, ha subito ulteriori tagli. Di fatto, non potendo incidere sulle spese fisse (vale a dire gli stipendi del personale ed i programmi di investimento avviati anche con altri Paesi) gli effetti di questi tagli si sono scaricati maggiormente sull’Esercizio, con una decurtazione del 43% nel settore, rispetto all’anno precedente, a sua volta già decurtato. Inoltre, il Decreto Legge n. 233 del 4 luglio u.s. ha tagliato, in pratica, le ultime risorse non ancora utilizzate”

Gli attuali responsabili dell’Esercito, i quali certamente avranno rappresentato, presumo inascoltati, le enormi difficoltà a cui si andava incontro, hanno dovuto avviare un incredibile piano di economie nei più disparati settori. In particolare gli ultimi “tagli” hanno comportato:

    1.il blocco di tutti i contratti di manutenzione (automezzi, blindo, elicotteri, sistemi d’arma, etc);

    2.la sospensione di quasi tutti i corsi di addestramento, con pesanti riflessi sulla preparazione dei nostri uomini e, in conseguenza, sulla loro efficienza come combattenti e, cosa ancora più grave, sulla loro incolumità;

    3.annullamento di ogni intervento infrastrutturale, dall’adeguamento delle caserme in funzione dei volontari e del personale femminile, sino al minuto mantenimento. Per ottenere qualche soldo per il settore si e cominciato ormai a fare ricorso agli “sponsor” (Industrie o altre organizzazioni);

    4.la scelta obbligata tra alcune essenziali funzioni di”Vita” (vettovagliamento o vestiario?).Cioè ci si è ridotti a dover scegliere tra far mangiare il personale o vestirlo;

    5.l’insorgere di un contenzioso amministrativo tra le ditte di “catering” (mense, imprese di pulizia, etc.) e l’Esercito, per il ritardo nei pagamenti da parte di quest’ultimo;

    6.il degrado irreparabile (se non in tempi lunghissimi e con spese enormi) dello strumento sinora faticosamente tenuto in piedi; esso costituisce, in sintesi, un colpo mortale per il morale dei Quadri”.

 

Il documento, avviandosi alla conclusione fa riferimento all’operazione da poco avviata in Libano: “Si dovrebbe trattare - scrive in proposito il Generale Canino  di una operazione di “Peace-Keeping”. Ora mi dico, con quali uomini e soprattutto con quali mezzi e con quale addestramento verrà assolto il compito?! L’esperienza ha dimostrato (Somalia, Irak, lo stesso Libano, etc,) che spesso le operazioni di “Peace-Keeping” virano verso quelle di “Peace-Enforcing”, attività che comporta l’imposizione ai contendenti, anche con le armi, della pace. Anche Olmert (vds Corriere del 3 agosto) ha detto che in Libano è bene inviare unità già pronte a combattere per imporre la pace ad Hezbollah. Credo che egli abbia ragione”.

Circa l’intervento italiano in Libano si deve segnalare che (prima decade di ottobre) erano schierati solo circa settecento militari italiani, un numero assolutamente esiguo e sproporzionato rispetto al considerevole e oneroso dispiegamento di unità di superficie della Marina Militare impegnate nelle operazioni di sbarco.

Difficilmente sui mezzi d’informazione si avrebbe modo di reperire notizie come quelle contenute nel documento scritto dal Generale Goffredo Canino.

SOMMARIO

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