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Il mistero della “Uno Bianca”

La vicenda della banda dei fratelli Savi e della cosiddetta "Uno Bianca", così definita dalla cronaca per via di una delle automobili tra le più usate nel corso delle tragiche scorribande di quei criminali, è  sin troppo nota per rievocarne le sanguinose pagine. Tuttavia vi sono alcuni risvolti ancora avvolti dal mistero o, se si preferisce, per i quali non è stata fornita una risposta chiara e indubitabile nel corso delle indagini e dei numerosi processi, tutti conclusi con la condanna all'ergastolo (Corti d'Assise di Pesaro, Rimini e Bologna) per i due maggiori responsabili, i fratelli Roberto e Alberto Savi.

Il dubbio che permane è stato ulteriormente attivato da un episodio accaduto non molto tempo e di cui incidentalmente si è venuti a conoscenza. Un certo giornalista che aveva seguito la vicenda investigativa e processuale, ebbe l'idea di incontrare Roberto Savi, il capo della banda, secondo quanto era emerso dagli avvenimenti.  L'ex agente di polizia aveva dichiarato al giornalista citato durante un colloquio avvenuto in Corte d'Assise a Bologna ( su autorizzazione del presidente della Corte d'Assise) "Io ho le mie responsabilità e ne pagherò le conseguenze, ma non possono accusarmi e addebitarmi di tutto…"

Quella frase pronunciata al di là delle sbarre della gabbia entro cui l'imputato era rinchiuso non furono dimenticate dal giornalista e inserirono nella sua mente una specie di tarlo che ogni tanto si faceva sentire con l'eco di un ricordo alquanto inquietante. Finché un giorno egli decise di rivolgersi all'autorità' competente in fatto di carceri chiedendo di poter incontrare Roberto Savi (se questi fosse stato d'accordo). La risposta ufficiale e formale fu che non era possibile, per una questione di sicurezza. Seguì una telefonata dell'autorità' competente nella quale si suggeriva al giornalista di fare domanda per parlare con il fratello di Roberto Savi, Alberto, detto "il lungo" per via della statura. Il colloquio con Alberto, venne aggiunto, sarebbe stato autorizzato.

 Sin qui le informazioni reperite. Non si conoscono le considerazioni del giornalista (né se ve ne siano state) a seguito dell'esito negativo della sua domanda.

Per quanto è dato sapere, sorprende il rifiuto e ancor più il riferimento, qualora esatto, alla <sicurezza>. Roberto Savi rappresenta ancora un pericolo? Come è possibile per un uomo condannato, salvo errori, a tre ergastoli? Vi è qualche nesso tra la decisione di negare l'autorizzazione al colloquio con la frase che il recluso ebbe a pronunciare durante il breve  colloquio con il giornalista durante il processo in Corte d'Assise a Bologna? Roberto Savi  è stato condannato al carcere a vita  per responsabilità non solo sue?

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