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CLANDESTINI

In Libia sono migliaia quelli che vogliono raggiungere la Sicilia. Lo ha dichiarato uno dei clandestini tratti in salvo recentemente dalla Guardia Costiera. A quanto risulta, la <notizia> non ha avuto una grande eco. Ormai  la <questione clandestini> fa parte del nomale panorama della cronaca. L'Europa non vi dedica alcuna attenzione, le autorità, da quanto risulta evidente anche ai più distratti, considera la faccenda  del tutto marginale, mentre Guardia Costiera e Guardia di Finanza, settore marittimo, devono, di fatto, fronteggiare una emergenza che raggiunge punte critiche non appena le condizioni meteo diventano se non proprio favorevoli, almeno tollerabili. Chiusa, per ora, la rotta adriatica,  il traffico, sempre fortemente remunerativo, si concentra nel Mediterraneo centrale, con Malta epicentro di smistamenti vari, punto di riferimento, base logistica molto tollerante se non proprio in qualche modo coinvolta. Ancora non si profila all'orizzonte di una questione così complessa una linea politica adeguata, coinvolgente, e non solo a livello di conversazioni ufficiose e un po' troppo sbrigative, al più alto livello governativo ed europeo i paesi interessati al fenomeno, al fine di raggiungere una linea di condotta efficace, decisiva quanto a contromisure coordinate e multinazionali.

Si ha l'impressione che per il governo italiano, e non da ora, ma da molti anni, il problema venga ritenuto endemico, irrisolvibile, fisiologico. Nulla di più errato. Di fatto manca la volontà di affrontarlo con la dovuta determinazione. Semmai si tratterebbe di affrontate la questione alla fonte o, se si preferisce, alla radice. Sarebbe indispensabile analizzare le motivazioni (abbastanza chiare…) e, nel contempo, agire sul piano del contrasto e della repressione contro le organizzazioni criminali detentrici del monopolio del traffico di essere umani, responsabilizzando con la dovuta energia sui governi dei paesi direttamente o indirettamente  interessati al problema. Non è certo un mistero la consistenza delle connessioni, delle complicità, delle compromissioni, delle speculazioni esistenti tra i trafficanti e i protettori, più sovente di quanto non si pensi, questi ultimi, investiti di ruoli e compiti ufficiali negli organigrammi statuali dei paesi dai quali provengono o tramite i quali transitano le cosiddette colonne della speranza. Definizione quanto mai inadatta e puramente strumentale.

Non è un mistero quale sia il <destino> di gran parte dei clandestini una volta sbarcati in Italia e poi disseminati anche in certi paesi europei: lavoro nero, prostituzione (anche maschile), pedopornografia/pedofilia, microcriminalità, spaccio di droga,  espianto di organi. Non sono mai state pubblicate, o rese pubbliche, statistiche, ancorché sommarie, relative alle destinazioni. Ci si riferisce, ad esempio, al numero attendibile di extracomunitari (ex clandestini, naturalmente) effettivamente presenti in Italia, quanti  ora con regolare permesso di soggiorno, quanti (stima) tuttora  clandestini, attività svolta, etc. Naturalmente indicando la reale nazionalità di provenienza. L'intera faccenda dei clandestini viene avvolta nell'involucro della solidarietà, della compassione per dei (presunti) poveretti alla disperata ricerca di condizioni di vita dignitose. Nessuno nega che vi siano casi del genere, ma la cronaca troppo spesso deve registrare episodi di sangue, rapine a mano armata, sequestri di persone, sfruttamento sia di donne sia di lavoro nero, di traffico e spaccio di stupefacenti, di usura, di riciclaggio, etc. nei quali predominano extracomunitari anche in combutta con la criminalità interna. E non criminalità di secondo piano.

Fornire concreto aiuto a quanti intendono raggiungere condizioni di vita decenti e in una realtà democratica in cui i diritti umani siano effettivamente rispettati e costituiscano il fondamento dell'esistenza, non significa pronunciare stucchevoli frasi fatte sulla comprensione e spargere vuote definizioni della solidarietà, ma agire concretamente all'origine dei problemi, denunciando le responsabilità di quanti non attengono ai doveri e a chi ci si riferisca è sufficientemente chiaro. E alla denuncia dovrebbero far seguito misure energiche in modo tale che le cose cambino. Non sarebbe ora che si sapesse nel dettaglio a quanto ammontano gli aiuti finanziari ai cosiddetti paesi del terzo e quarto mondo (definizioni tutte da verificare) e quali ne siano state e ne siano le destinazioni? Forse che il punto di partenza di una indagine sul fenomeno del traffico di essere umani, con tutto ciò che esso comporta, non debba prendere le mosse dalle cifre della solidarietà?

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